Knize Ten (Knize) racconta i protagonisti di Le Braci (Sándor Márai)
“Guardiamo in fondo ai nostri cuori: che cosa vi troviamo? Una passione che il tempo ha soltanto attutito senza riuscire a estinguerne le braci”
Le braci – Sandor Màrai
Quale odore conduce al ricordo di un legame, di una vita passata, o anche solo vagheggiata? L’emozione che cattura l’olfatto diviene una proiezione verso un mondo ideale dove prendono corpo personaggi archetipi, irraggiungibili nella materia, ma audacemente presenti nel nostro spirito. Tale è la forza degli odori, così potente la capacità di un jus di condurci per mano verso l’ideale umano.
Nella Vienna di inizio novecento si poteva respirare tutta la ricchezza e la ricercata eleganza dei nuovi gentleman nella raffinata boutique Knize, che riforniva la crème della società dell’impero Austro-ungarico e non solo, dalla corte imperiale e reale ai più importanti uomini d’Europa. Attraverso completi dal taglio perfetto, dipingevano uomini d’affari, strateghi e potenti, ma anche soggetti più singolari che vivevano negli agi senza darsene troppo vanto, con naturale nonchalanche.
Nasce in questo humus, nei primi anni venti, Knize Ten, creazione destinata a divenire un grande classico della profumeria di tutti i tempi, una delle poche fragranze che ha ricevuto cinque stelle da Luca Turin.

Vent’anni dopo l’uscita di Knize Ten, veniva presentata la prima edizione di Le Braci, romanzo che suggellerà l’imperitura fama del suo autore Sándor Márai e nel quale ritroviamo moltissimi echi che avvicinano il libro alla fragranza.
Le Braci si svolge tutto in una sola giornata, il 15 agosto, nel castello ai piedi dei Carpazi, da sempre dimora del generale Henrik. Una giornata che, però, contiene in sé l’umore denso di un’attesa durata esattamente quarantun anni e quarantatre giorni. Il 2 luglio del 1899, infatti, il generale è nei boschi di prima mattina con l’amico di sempre, Konrad, per una battuta di caccia. Nulla di diverso da altri giorni che hanno coronato un’amicizia più simile alla fratellanza, destinata a durare, mai messa in discussione. Eppure, qualcosa accade in quel momento del mattino quando “il confine tra le cose di sopra e quelle di sotto è ancora sfumato” e il buio dell’anima riluce e prende vita. “La gioventù si aspetta sempre un sacrificio da coloro nei quali ha riposto le proprie speranze” e così Konrad tradisce l’amico, il fratello la cui gioventù facile segnò sempre un sottile confine tra loro.
La preda è avvistata, ma Henrik sa che Konrad non potrà sparare, poiché l’amico è dietro di lui e il suo corpo massiccio ne preclude la vista. Eppure, Henrik sente lo scatto del cane del fucile di Konrad. L’amico sta puntando il fucile contro di lui ed Henrik non scappa, non urla, non si volta. “Esattamente dopo trenta secondi, non uno di più” sente di nuovo scattare il cane, Konrad non sparerà e da quel momento tutto sarà destinato a cambiare. Poche ore dopo Konrad sparirà per sempre dalla vita dell’amico e della moglie Krisztina, lasciando una voragine di supposizioni, di certezze mute che attendono risposta, come domande fosche nella mente del generale. Fino al 15 agosto, quando una lettera annuncia al generale che l’amico di un tempo è tornato al villaggio.
Chi altri può dare risposte a domande rimaste disattese per lungo tempo se non “chi condivide l’anima” ed è l’ingranaggio mancante che permette al meccanismo di riprendere a funzionare?
“Il sentimento è più forte di noi, più fatale”. Sarà la loro ultima cena, il confronto tanto atteso, l’incontro di due anime che in realtà sono sempre state una soltanto; divisi però dall’amore per la stessa donna e questa passione divorandoli, allontanandoli ne ha corroso le vite riducendole a meccanismi inceppati e in attesa.
“E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione.”
Konrad e Henrik sono le anime maschili di Knize Ten, gli opposti che rendono completa l’opera e che delineano le fattezze di un uomo la cui virilità è indiscussa, così come la sua capacità di emozionarsi e di annullarsi in una passione bruciante.
L’apertura rimanda ai grandi classici di taglio inglese, a quelle colonie maschili così rassicuranti, quanto nitide e lineari. Note frizzanti di limone e bergamotto, ingentilite da arancia e petit grain fanno dell’apertura di questa fragranza un’ode alle grandi tradizioni delle colonie classiche, con i tipici inizi esperidati che risvegliano come una cavalcata all’alba, nel freddo dei Carpazi.
Pur contenendo una buona dose di agrumi, Knize Ten non dimentica mai le proprie radici geografiche e riconduce presto l’olfatto verso sentori più secchi scivolando quasi in un fougere setoso con tocchi di rosmarino e geranio, molto presenti, che ben armonizzano le note più solari degli agrumi, conferendone toni leggermente più cupi e abbassando la fragranza verso declivi dove la luce gioca con l’ombra su grandi distese erbose. Per lungo tempo, Knize Ten, è la rappresentazione olfattiva di Henrik: solida, netta, virile. Annusando possiamo quasi avvertire la marsina militare, il viso perfettamente rasato, lo sguardo freddo e sicuro del generale la cui anima incarna generazioni di uomini forti. La fragranza, infatti, non ha tentennamenti, ma partiture nette, così chiare da risultare assolutamente rassicuranti.
Ma tutto questo non basta per passare alla storia e lo sapevano bene François Coty e Vincent Roubert, ai quali diremo sempre grazie per averci donato questa meravigliosa composizione.
Dopo lungo tempo la composizione lentamente cambia, allungando le ombre e rendendo l’evoluzione più sfumata. L’immagine di Henrik a poco a poco perde i propri contorni, confondendosi, perdendo il suo aspetto marziale. Dalla penombra arrivano pallidi echi di rosa quasi efebici, e poi, più potenti, iris e garofano che rendono Knize Ten un jus polveroso.
L’iris qui è molto presente, privato della sua naturale burrosità, asciugato dal garofano che aggiunge dei sentori vagamente acquatici e intossicato dalla legnosità del cedro del libano e dalla cannella. E’ un iris perfetto, per nulla eccessivo, di grande grazia. Le note centrali portano ad una mascolinità mutata e scoprono, sotto la marsina, un cuore ardente di passioni che mal si conciliano con la disciplina di Henrik. Knize Ten diviene una sonata per pianoforte, un raro e prezioso oggetto d’arte e si fa Konrad. La raffinatezza prende il posto della solidità e adagia sulla pelle tutta la morbidezza sensuale del sandalo e del muschio, non è più una cavalcata sui Carpazi, né un magnifico castello, ma un’ottomana carica di velluti nel salottino privato di Konrad, dove Krisztina era amante e musa adorata.
“Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore , la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione?”.
La mutazione della fragranza di Knize è stupefacente, pare quasi di indossare un profumo completamente differente, ora avvolgente e morbido, quando prima frizzante e netto. Henrik e Konrad si ritrovano infatti negli ultimi attimi del profumo, quando la morbidezza voluttuosa delle note di cuore incontra le note di fondo e comincia a percepirsi più distintamente, quasi assurga dalle pieghe smosse dei velluti, attraverso le note di patchouli e cuoio. Non vi è terrosità, ma l’odore secco del patchouli che ben si sposa con le note di cuoio di un pellame invecchiato ad arte e custode di segreti di molte generazioni. È un cuoio estremamente signorile, ripulito dei tratti più cupi, morbido, liscio, senza increspature che riporta ad un maschile che finalmente riunisce le due metà separate dalla passione.
Per lungo tempo Knize Ten resta sospeso in un equilibrismo che solo i grandi maestri sanno rendere così longevo e che poi, dopo lunga attesa, scivola piano verso note di ambra grigia, castoreo e vaniglia.
Ma occorre attendere davvero molte ore, prima di giungere alla chiusura placida di Knize Ten. Quando le braci lentamente scoloriscono e il cielo si fa grigio ad annunciare un nuovo giorno, ecco allora si avverte distintamente la morbidezza talcata della fragranza, quasi una “nostalgia” del naso nel ricordo di un jus dall’evoluzione misurata, ma eccezionale. La raffinatezza decisa del jus non delude e non sembra proprio temere gli anni, le mode, le nuove scoperte.
Knize Ten potrebbe essere definito un maschile dall’eleganza sobria ma sarebbe riduttivo, poiché rende meravigliosamente anche sulla pelle femminile e custodisce in sé la storia del primo novecento europeo, divenendo un mito, una chimera che sopravvive a sé stessa.
Il profumo può essere come “il mistero del tempo e della vita, qualcosa che non si può comunicare agli altri e non si può tradurre in una lingua diversa: un segreto che le parole non sono in grado di sostenere”. Le Braci di Sándor Márai restituiscono parole all’eccellenza olfattiva della Maison Knize, divenendo attraverso i suoi protagonisti il dagherrotipo narrativo della perfetta sintesi d’eleganza di Ten.
Perché scegliere questo profumo? Rispondiamo con le parole di Márai: “Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza.”
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