UPDATE: Il Potere di un Fiore Giveaway. Scrivi il tuo racconto e portati a casa Sensual Orchid di LM Parfums Laurent Mazzone

Un sito tutto nuovo, nuovi redattori in squadra, presentazioni, anteprime, recensioni a raffica, photoshooting e video come se piovesse, tanti progetti realizzati e altrettanti in macerazione, per non parlare della vostra partecipazione sempre più numerosa sui nostri canali social. Grazie, grazie, grazie!

Il 2016 è stato un anno fanta-fantastico, pieno di incontri e collaborazioni entusiasmanti, per questo vogliamo chiuderlo in bellezza offrendovi una pagina bianca da riempire come piace di più a voi, con profumi e parole… Dopo una lunga pausa, per celebrare il 2016 in modo indimenticabile vi regaliamo un nuovo giveaway – “Il Potere di un Fiore” – dedicato questa volta a un marchio che ci ha accompagnato per tutto l’anno, LM Parfums Laurent Mazzone.

Il giveaway “Il Potere di un Fiore” è ispirato a uno dei profumi più travolgenti della collezione LM Parfums, Sensual Orchid, floreale erotico che incanta e incatena con un mix di petali narcotici, mandorle croccanti, legni sensuali e balsami preziosi. Un profumo che in pochi anni è diventato un besteller con diversi tentativi (falliti) di riproduzione. Per averlo e indossarlo sulla pelle dovrete scrivere un racconto attorno a un fiore immaginario e bellissimo, dal profumo inebriante e potente, capace di compiere magie e sortilegi, diffondere bellezza con il suo aroma, ispirare amori e passioni. Vi fremono già le narici? Non vedete l’ora di far correre le dita sulla tastiera? Aspettate ancora un attimo…

I vostri contributi dovranno essere originali, aderenti al tema proposto e ovviamente lasciarci a bocca aperta. Siamo certi che ci stupirete anche questa volta. I 5 racconti ritenuti migliori, secondo l’insindacabile giudizio della redazione di Extrait, saranno ricompensati con un flacone di Sensual Orchid (eau de toilette, 100 ml).

Le modalità di partecipazione sono sempre le stesse:

  • Postate il vostro racconto nel box commenti sottostante.
  • Subito dopo confermate la partecipazione inviando una mail a info@extrait.it con oggetto “Il Potere di un Fiore”. Nella mail dovranno essere riportati i seguenti dati: nome/cognome/indirizzo/nickname con il quale avete partecipato.
  • Attenzione: il nickname è importante per evitare casi di omonimia. La mail che lasciate ci servirà per comunicare con voi nel caso il vostro racconto sia nella rosa dei 5 selezionati, quindi deve essere attiva e valida. L’indirizzo, inutile scriverlo, deve essere completo e preciso, altrimenti il Babbo Natale come fa a trovarvi?

“Il Potere di un Fiore” inizia adesso e termina Domenica 18 Dicembre alle ore 24.00.

I nomi degli autori selezionati, ovvero coloro che trascorreranno il Natale avvolti dalla scia di Sensual Orchid di LM Parfums Laurent Mazzone, saranno comunicati nella giornata di Lunedì 19 Dicembre su Extrait e sui nostri canali social.

Avete pochissimo tempo! I ritardatari non saranno presi in considerazione: da noi Babbo Natale passa Lunedì mattina, tassativo!

E adesso, potete mettere le mani sulla tastiera e iniziare a scrivere!

Buon lavoro a tutti!

UPDATE

Grazie per la numerosa ed entusiasta partecipazione. Provocatoriamente, vi avevamo chiesto di stupirci e voi non vi siete tirati indietro, ci avete stupito anche questa volta!

Certo, sapevamo che Sensual Orchid di LM Parfums Laurent Mazzone era un profumo così magnetico e sensuale che non poteva che ispirare storie emozionanti, ma i racconti che ci avete regalato partecipando al giveaway “Il Potere di un Fiore” sono incredibilmente coinvolgenti, tutti bellissimi e originali: chi per la trama, chi per lo stile di scrittura, chi per il soggetto sono tutti meritevoli di essere tra i Magnifici 5.

È stato difficile scegliere solo 5 opere, alla 4a rilettura d’esame ne avevamo selezionate addirittura 18! Ma la matematica non è un’opinione e 18 non è uguale a 5, quindi ecco la cinquina che riceverà da Babbo Natale l’Eau de Toilette Sensual Orchid di LM Parfums Laurent Mazzone:

  • ILARIA MAIOLINO
  • JOAN GIACOMIN
  • LUCAC90
  • KIMBA
  • ALESSANDRO NOVOLISSI

Ed ecco il nostro regalo di Natale! Siete stati così bravi che facciamo uno strappo alla regola e… Grazie alla gentile collaborazione di Laurent Mazzone e di Aquacosmetics, distributore per l’Italia di LM Parfums, riceveranno l’Eau de Toilette Sensual Orchid anche:

  • SUSANNA CHIARENZI
  • GIULIA GIANNINI
  • NICOLÒ BASIGLI

Un invito a tutti coloro che non sono stati selezionati: non perdete di vista Extrait. Per voi che amate scrivere e adorate i profumi, nel 2017, ci saranno tante sorprese meravigliose e iniziative incredibili da non perdere.

Laurent Mazzone, Aquacosmetics ed Extrait vi augurano un Sereno e Felice Natale!

 

Simona Savelli, lunedì 19 dicembre 2016

Partecipa alla discussione

Demetrio landi ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Io, conosco la storia, reale di un potere di un fiore che il suo profumo entrò nelle narici di un uomo perso in gravi condizioni in una stanza della rianimazione di un ospedale, il profumo del primo dopobarba che ebbe l’uomo dalla sua ragazza che poi gli dicendo moglie, madre dei suoi figli ed entrambi divennero nonni. Quel profumo che gli mise la moglie sulle narici gli ricordò che dovevano terminare ancora la vecchiaia insieme. Il povero vecchio volle per forza rimandare il viaggio.

LucaRam ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

E puntualmente la sua mente rievocò il profumo del fiore, i suoi petali carnosi dal bordo leggermente frastagliato, il candore del colore immacolato. Socchiuse gli occhi. Gli sembrò quasi di percepire le dita di lei che leggermente accarezzavano i fiori, accarezzavano lui mentre lei parlava con i fiori e glieli illustrava. Sospirò. Si diresse al canterano ed aprì il primo cassetto. Il profumo si insinuò leggero nell’aria delicato, sminuito dal passare del tempo. Con delicatezza prese il pacchettino e lo aprì. Il fiore schiacciato, leggermente ingiallito, si rivelò a lui e i ricordi divennero un turbinio nell’aria. Chiuse gli occhi e la vide. Sorridente, il lungo vestito a campana che ruotava nel sole mentre lei si posizionava il fiore bianco tra i capelli e lo chiamava, gli sorrideva invitante. Il giardino illuminato dal sole attorno a loro. Aprì gli occhi e tornò la realtà della stanza vuota, solitaria. Rimise a posto il pacchetto con il fiore. Non era riuscito più a comperarli dopo che… Guardò la foto di sua moglie. Anche con le rughe e i capelli bianchi era stata bella. Per lui non era mai invecchiata. Nemmeno la malattia l’aveva sciupata. Per lui sarebbe stata sempre ed eternamente bella. Sperava di rivederla presto. Uscì dalla stanza. Nell’aria ancora per un poco risuonò il profumo del fiore bianco.

patrizia zuccheri ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Nel piccolo villaggio di Profumandia, ai piedi di un esteso e verdissimo altopiano, si lavora da sempre vivacemente, annusando, annusando, e sognando, sognando. Qui crescono e si coltivano infinite varietà di fiori, tutti profumatissimi, ma è durante l’ultimo plenilunio che ne è sbocciato uno nuovo, sconosciuto. Gli abitanti del villaggio, tutti dediti alla lavorazione dei fiori e alla loro trasformazione in preziose essenze, avevano, da sempre, sognato e immaginato qualcosa di nuovo, di particolare. Immaginavano un fiore da cui estrarre un’essenza dal potere magico, capace di evocare solo sensazioni emozionanti, ammalianti, voluttuose e narcotiche, in grado di catturare l’anima e il cuore. Il nuovo nato era un piccolo fiore bianco, il colore della delicatezza; in realtà emanava un profumo potente e conturbante. Decisero, pertanto, di lavorarlo subito e scoprirono che durante la lavorazione, erano tutti catturati da quella fragranza opulenta e ipnotica. Tutto il villaggio era avvolto da una magia sprigionata da quel piccolo fiore. Da quel momento e, per tutto il tempo a venire, a ogni raccolto e lavorazione, splendeva nel cielo azzurro e terso, il sole, sbocciavano nuovi amori e nascevano bambini bellissimi. Gli abitanti del villaggio, pertanto, decisero che quel fiore non poteva che chiamarsi Elos e con lui vissero felici, contenti e profumatissimi.

Francesco Spicuzza ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Camminavo lungo la stradina sabbiosa soffiata da un vento lieve ma a tratti rafficoso,dirigendomi verso quel luogo etereo sospeso tra la scogliera e il mare.Ero solito spingermi oltre la macchia mediterranea dove profumi balsamici accompagnavano quel lungo tragitto che sembrava così breve,accarezzato da note marine e legni e un’insolita colorazione che dava al paesaggio quel fascino misterioso di luoghi primordiali.Avevo creduto di potermi sedere sulle medesime rocce una volta giunto a destinazione per poter così ammirare il mare e assaporare quei momenti nei quali sale,tepore e gocce oceaniche davano uno stato di benessere superlativo.Quando arrivai mi sedetti su uno di quei sassi lisci immersi nella vegetazione ma fu solo dopo qualche istante che i miei sensi vennero rapiti quasi inesorabilmente.Un profumo nell’aria completamente nuovo si diffondeva con decisione coprendo a tratti quasi completamente quello costiero.Un olezzo ipnotico, dolce ,irriconoscibile ma che dava gradevole ristoro.Rievocazione e mistero in un unico effluvio… Non riuscii a capire immediatamente da dove potesse arrivare quel sentore fino a quando sporgendo lo sguardo lungo il precipizio della scogliera vidi i petali luminosi e perlescenti di un fiore, uno solo, che scintillava sullo sfondo del mare.Non avevo mai visto né sentito nulla di simile.Una forma esagonale circondata da petali lunghi bianco latte con venature luminose e infine microsfumature coloratissime che emanavano quell’unicità mai sentita.Un accordo che aveva sposato il mare,la sabbia e le stelle, un cremoso diffondersi alternato a note fresche,con diffusione a stella da piacevole stordimento. Una magia inconsueta che aveva regalato un nuovo suono di profumo al mondo.

ilaria maiolino ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Sono nata tanti anni fa, in un luogo che le cartine geografiche nascondevano ai navigatori del futuro. Per una astratta convenzione la mia città fu chiamata Atlantide, e a nessun essere umano fu mai concesso di attraccare sulle nostre coste dorate. Ogni giorno ho sognato che una di quelle bottiglie vuote che il mare consegnava alle nostre rive potesse accogliermi. Mi sarei messa in viaggio subito. Avrei indossato il mio abito migliore, un paio di sandali intrecciati con le radici, avrei versato un pugno di terra nella mia nave di vetro e avrei per sempre salutato la mia isola. Tutti mi dicevano che il mondo civilizzato non era certo meglio del nostro, che i progressi della scienza non avevamo migliorato le condizioni degli esseri umani e che non avrebbero meritato il dono di una creatura di Atlantide. Nonostante i loro moniti, ero troppo desiderosa di conoscere il mondo, così quando ebbi la fortuna di ritrovare una bottiglia con un collo bello lungo e un fondo resistente, non mi lasciai sfuggire la mia occasione. Preparato tutto il necessario, salutai solo mia madre dicendole che il mondo aveva bisogno di me e che io avevo bisogno del mondo, e di notte salpai saltando da un sasso. Non ricordo quanti giorni sono stata in balìa del mare, ma per fortuna credo di essere stata una delle poche fortunate a non essere stata coinvolta in maremoti e tempeste di pioggia e onde altissime. Fatto sta che mi svegliai una mattina ritrovandomi circondata da umani vestiti in modo strano. Uomini con pantaloni alle caviglie con calzini colorati e scarpe classiche, donne con pantaloni larghissimi e caviglie scoperte con evidenti segni di freddo sulla pelle, e bambini vestiti come adulti. Non mi sembravano proprio quei modelli di umani incisi su qualche barattolo di porcellana trovato sulle spiagge della mia isola sconosciuta. Abbandonato il pensiero su questa incongruenza, frutto delle mode passeggere di questi umani, fu un’altra la riflessione con la quale fui costretta a fare subito i conti: questi umani mi accompagnavano di persona in persona facendo una strana operazione con i muscoli del viso. Chiudevano gli occhi e contemporaneamente stringevano le labbra portando all’insù la punta del loro naso per poi emettere uno strano rumore che a parole potrebbe essere descritto così: “ummmm”. Ma cosa staranno mai facendo? Mi chiedevo stupita. Non l’ho mai capito, del resto sono un fiore e non un essere umano. Oggi sono circa cento anni che vivo e rivivo in un bellissimo giardino custodito dove non c’è bisogno di viaggiare per conoscere il mondo. E’ il mondo che viene a conoscere me. Ho conosciuto tante storie e tante persone, con tanti colori di capelli e tanti colori di pelle, ho conosciuto anche quelle piccole e basse con le ginocchia arrossate, e quello che ora so, è che quando mi si avvicinano mi chiedono tutte una magia. All’inizio mi sentivo impotente, e mi disperavo, perché nelle mie radici avevo sempre sentito il bisogno di aiutare il mondo ed era questo che mi aveva spinta a mettermi in viaggio. Ma poi ho capito tutto. Ho capito che la magia nasce solo dall’incontro tra un essere umano capace di lasciarsi sedurre e un fiore, così com’è.

akakpovi koudjega lamberto ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

sono interessato partecipare il concorsso GIVEAWAY

Alessio Lo Vecchio ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Ciao per partecipare devi scrivere il tuo racconto qui nei commenti ;)

Corrado ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

C’erano una volta in un paese lontano un boscaiolo e una bambina povera. Il boscaiolo era gentile e disponibile con i bambini ma con gli adulti era dispotico e scontroso.
La bambina mendicava di casa in case in cerca di soldi e cibo.
Un giorno la bambina incontrò il boscaiolo e diventarono amici.
La mattina dopo la bambina bussò a una casa, entrò e vide un orco che la voleva mangiare.
L’orco la fece prigioniera e la bambina rimase nella sua casa per 2 giorni. L’orco non la voleva mangiare subito poiché voleva farla ingrossare per poi divorarla avidamente.
Il boscaiolo, preoccupato, la cercò in tutte le case ma non la trovò. Dopo tanti giorni la trovò nella casa dell’orco, rinchiusa in una gabbia. Aiutò la bambina ad uscire dalla gabbia mentre l’orco era a caccia.
La bambina si ricordò di avere un piccolo fiore magico che le avevano regalato mentre passava tra le case per elemosinare soldini. La bambina usò il fiore per far sparire l’orco e tutte le streghe sue amiche. Il boscaiolo adottò la bambina e per tanti anni vissero insieme. Quando il boscaiolo morì, la bambina era diventata grande e i problemi li sapeva risolvere da sola.

Nicoló Basigli ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Si perdeva sul degradare dei monti l’ultimo raggio di sole. La brezza d’oriente faceva danzare nell’aria polvere africana respirata con fatica. Si percepiva una irrequietezza. Gli alberi sembrava che tendessero i loro rami con ancora più vigore verso il siderale cielo.
Inatteso diruppe come un tuono nel sereno della sera, prepotente un piccolo e grazioso fiore. Sbocciò solitario, di notte, nessuno se ne accorse nella piccola vallata. Tutti gli animali continuavano non curanti dell’evento, operosi, nelle loro cose. Tutti tranne uno.
Ebbene sì, perché nella vallata c’era una donna.
Essa non era una donna bella e nemmeno troppo intelligente, di origini modeste ma che ancora sapeva cogliere dal mondo le piccole virtù che esso regalava. Ecco ella si accorse di questo piccolo miracoloso evento. Si chinó ad osservare il piccolo fiore.
Non appena si chinó venne invasa da un fremito forte, incontrollabile, come se qualcuno le avesse messo addosso un fuoco.
Il piccolo fiore era di una rara specie, un fiore che sbocciava solo una volta ogni 25 anni. Qualcuno diceva che era un fiore benedetto, altri dicevano che fosse stato toccato dai demoni. Sta di fatto che il piccolo fiore aveva la dote di far perdere in un labirinto di passione chiunque ne respirasse il profumo. La particolarità del profumo di questo fiore stava nel fatto che chiunque lo sentisse percepiva un differente odore a seconda di ciò che più anelava sentire. La donna sentiva un profumo di libri vecchi, di pioggia sull’asfalto, di miele su fragranti dolcetti fritti, ma sentiva anche odori che ai più sarebbero apparsi sconvenienti per una donna.
L’odore della pelle di un uomo sudata dopo una corsa a perdifiato, l’odore delle lenzuola dopo essere stata posseduta selvaggiamente da uno sconosciuto, l’odore delle mani sporche di baci e di piacere.
Ecco la donna era posseduta dal piacere, dall’amore erotico, dalla voglia di autocompiacersi, sola.
Tutto il mondo si dissolveva, più il tempo passava più l’odore del fiore si faceva penetrante, si sentiva avvolta dai suoi petali che le accarezzavano lentamente la pelle. Petali che sembravano mani avide di lei, che la invadevano, perscrutando ogni angolo del suo corpo, petali che lei riversava lentamente sul suo essere.
Ma in un tempo che apparve alla donna brevissimo, l’aurora dalle dita rosate con passo silenzioso arrivó da lei e dal piccolo fiore.
Quando l’aurora sfioró il fiore esso aveva perso l’ultimo petalo che lo teneva in vita. Aveva offerto il suo odore e la sua bellezza al compiacimento della donna donando completamente sè stesso senza riserve. La donna si ritrovò nuda vicino al fiore oramai scarno di bellezza e di odore, confusa e spaventata. Raccimoló i suoi panni, si vestì e fuggì inconsapevole di cosa le fosse successo perdendosi tra le strade selciate del mondo.

Joan Giacomin ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Candido come il décolleté di una dama sfiorita nel cuore.
Pallido come una mattina di nebbia che trema al pensiero del suo sole.
Bianco come la seta ricamata di un cuscino senza quiete.
Screziato da sottili vene di linfa velenosa.
Crepato da fessure tenere di nuova vita.
Tramato da mille ragnatele vellutate.

Ma solo.

Solo di quella solitudine di cui è fatta la perfezione inarrivabile.
Nessun fiore avrebbe mai voluto crescergli accanto.
Nessun petalo, vigoroso o delicato, avrebbe mai retto il confronto.

Così nel giardino di Laurent splendeva, senza occhi né specchi, l’opera più magnifica che il Creatore avesse potuto immaginare:
il Fiore Senza Pari.

E si annoiava.

I giardinieri avevano costruito aiuole di pietre preziose e cristalli attorno alle sue radici.
Avevano seminato erba scura e umida e lo innaffiavano con caraffe d’argento.

Ma il Fiore Senza Pari voleva di più.

Allora un giorno, dopo aver passato tutta la mattinata a contemplare la sua perfezione decise di dare una svolta alla sua vita.

E iniziò a profumare.

Non era un profumo delizioso di fiore arioso.
Non era succoso e zuccherino.
Non emanava natura da tutti i pori.
Non era un po’ decadente e animalesco.

Non ricordava niente di quanto il Creatore avesse già dato per dilettare l’olfatto di chiunque ne fosse provvisto.

Era l’Odore Senza Pari.
Non era fatto per profumare.
Era fatto per attirare e per tramutare.

Chiunque provò ad avvicinarsi non riuscì più a farne a meno e soprattutto a fare a meno della persona in cui si tramutava dopo averlo annusato.

Il sortilegio era assoluto.
E irreversibile.

Giovanna Cantiello ha detto:
mercoledì 14 dicembre 2016

Quel giorno al crepuscolo decise di allontanarsi dal frastuono dalla città e percorrere la strada fino al mare. La città era deserta e sentiva ad ogni passo il rumore assordante di tutti quei minuscoli frammenti in cui il suo cuore si era frantumato. Come poteva rimetterlo in sesto? Abbiamo bisogno spesso di percorrere le strade più tortuose e solitarie per arrivare all’essenza. Il vento tiepido di agosto le metteva in disordine i capelli, ma i suoi pensieri erano di certo più ingarbugliati. L’odore del mare in lontananza si mescolava al sapore di quelle lacrime che bagnavano i suoi magnetici occhi verdi e le inumidivano il viso. Le sentiva scivolare giù come a volerla liberare di tutte quelle parole, di quelle paure, di quelle terribili sensazioni.
Sentiva troppo, sentiva sempre troppo. Si era seduta in lontananza per guardare il mare, per invocare l’aiuto delle onde e maledire le tempeste che l’avevano fatta smarrire, così tanto. Così sola.
Scorse accanto a lei, quasi fosse stato adagiato di proposito da una natura miracolosa e potente, un fiore solitario e selvaggio. Proprio come lei, era rivolto verso il mare, splendeva di colori brillanti ed insieme malinconici e sembrò sprigionare d’improvviso un odore tanto intenso quanto irreale, tanto da catturarla completamente.
Si perse del tutto, mentre le sue narici ne aspiravano avidamente l’essenza ipnotica e seducente. I suoi pensieri sembrarono così perdere consistenza dinanzi a tanta potenza odorosa, così come quelle amare lacrime che d’un tratto svanirono. Era stata messa lì, quella creatura magica e floreale, dalla provvidenziale natura, solamente per lei, questo le piaceva pensare. Perché sistemasse con un solo respiro il suo cuore, e si perdesse nella vastità del mare. Leggera, ma inebriata da tanta magia. Mentre intorno i colori si facevano via via più caldi e la quiete della sera prendeva il sopravvento, quella intensa ed alchemica creatura aveva restituito la pace alle sue tempeste.

Daniela Soccodato ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

C’ era una volta una bimba, ma non una bimba come tutte le altre, graziose, con le trecce bionde, le gote rosa…… No, questa bimba era grassoccia e goffa, con i capelli ispidi, color del rame….. Cresceva così senza una carezza, senza tutte quelle leziosità che gli adulti dedicano ai bambini. Crebbe così la bimba e diventò donna….. Ovviamente nessun uomo la avvicinava e lei si chiuse in un mondo tutto suo, fatto di lunghe passeggiate nei boschi selvaggi e bui…..i capelli aggrovigliati come serpenti di fuoco, gli occhi del verde del sottobosco ed il carattere schivo e selvatico degli animali che il bosco lo abitavano. Un giorno, in tutto quel buio, notò una luce, un colore accecante ed un profumo dolce come il miele e selvatico come il muschio…… Era un fiore, un bellissimo fiore ed il profumo che emanava la trasportó in un’ allucinazione….. Vide un uomo bellissimo chinarsi su di lei per baciarla, toccarla….. Si sentì fremere di calore e di desiderio e si lasciò andare al delirio dei sensi…. Quando tornó in sè, si rese conto che nulla di vero era accaduto, ma il fremito sensuale che l’ aveva pervasa continuava nn riusciva ad allontanarsi da quel fiore. Decise di coglierlo e di portarlo ad un alchimista perché ne imprigionasse l’ aroma….. Lo indossó e, come aveva immaginato e sognato, suscitò bramosia e desideri carnali sia negli uomini che nelle donne, lei era sempre la stessa, con i capelli ispidi e gli occhi color del bosco, ma possedeva quello che fa la differenza nel gioco della seduzione: LA SENSUALITÀ. Il fiore dal potere allucinogeno ottenebrava i sensi di chiunque la avvicinasse e lei riusciva a far suoi gli uomini più belli e potenti, ma, appena il suo effetto svaniva, correva e scappava a nascondersi nel sottobosco…. Un giorno, una donna bellissima e corteggiatissima che si era vista non più al centro dell’ attenzione, accecata dalla gelosia la seguì e rubó il suo segreto. Era sicura così di poter riprendere le attenzioni degli uomini. Ma così non fu, perché, pur essendo bellissima, la sua pelle cambiava il profumo, facendogli perdere tutto il suo potere narcotico e sensuale, su di lei sortiva l’ effetto opposto e così la donna dai capelli ispidi continuó ad essere la sola, unica seduttrice perché unico era il ” suo ” profumo.

Andrea ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

se il trucco per non farsi male stesse davvero nel trovare un proprio ritmo da andarci dietro, senza pensare, allora saremmo già a posto.

in questo mondo qua che non è proprio che va come dico io è molto più difficile prendersi il lusso di finir fuori tempo che imparare a seguire una qualche stupida cadenza.

come dico io.
se andasse come dico sarebbe tutto più semplice, davvero.
magari per spegnere un attimo i pensieri basterebbe soffiarci sopra e basta.
proprio come per le candele.

O forse basterebbe annusare un fiore, mettendoci tutto l’impegno di cui siamo capaci, per rubarne l’essenza.

E ritrovarci in un dato non luogo scandito da un dato non tempo, così..sospesi oltre i vari ticchettii moderni.

Simona ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Si racconta che in una vecchia bottega, illuminata dalla scarna luce di una lampadina, l’anziano proprietario fosse solito raccontare ai propri nipoti la storia del fiore più prezioso al mondo.
“Era lì proprio in mezzo al bosco, nascosto da una fitta trama di rami e foglie, in mezzo all’erba. Per raggiungerlo occorreva percorrere un angusto sentiero, così stretto che bisognava abbassarsi e stringersi tra le pareti di alberi.
Non era impresa facile, ma una volta arrivati in fondo, si veniva sorpresi da una luce intensa che si irradiava da un punto in mezzo all’erba e si veniva avviluppati da un profumo soave e narcotico.
Era un piccolo fiore, poco più di una conchiglia, di un bianco così intenso e puro da abbagliare quasi i fortunati viandanti, era lui che diffondeva tutto attorno a se ‘ quella fragranza magica.
Quanti riuscivano a percepirne il profumo venivano avvolti da una nube di serenità , gli occhi gli si illuminavano come perle, i pensieri si facevano felici, il loro riso era quello di un bambino.
Al loro ritorno solo i pochi che erano riusciti nella stessa impresa scorgevano l’aura che li circondava, ma tutti sentivano che costoro erano esseri speciali, dotati di raro talento.
La loro esistenza sarebbe stata per sempre segnata dalla fortuna di aver visto il piccolo fiore e di averne sentito la fragranza. Sarebbero stati protagonisti di imprese eroiche, ma anche creatori di quotidiane magie, uomini e donne comuni ma con un dono speciale, la capacità di sentire la bellezza.
E forse, chissà, un giorno avrebbero raccontato ai propri nipoti, in un’antica bottega illuminata dalla fioca luce di una lampadina, la storia del fiore più prezioso al mondo. “

LucaC.90 ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Absentye,

Fiorivano a migliaia sul picco più alto dell’isola, in quel campo segreto celato da perenni nubi di tempesta, punto d’incontro di tutti i venti del mondo. Cinque petali cangianti ciascuno, uno per ogni fase dell’elaborazione del dolore dicevano gli anziani.

La loro origine è da sempre rimasta avvolta nel mistero; nessuno sa per certo come mai crescano solo qui e in nessun’altro luogo al mondo, ne alcuno studio scientifico ha saputo classificarli in una macro categoria di appartenenza, finendo con il crearne una esclusivamente ad esse dedicata.

La leggenda vuole che un pastore dell’isola, secoli prima, perse la moglie che profondamente amava a seguito di una grave ed incurabile malattia; avendo egli una ferma convinzione negli Dei si mise in viaggio verso la cima del monte Resilenth, poiché speranzoso che da lassù la sua voce potesse essere meglio udita da coloro che soli potevano ridare un senso alla sua vita.
Dopo giorni di impervia scalata giunse infine ad un enorme spiazzo con al centro un lago dalle acque pure e cristalline, protetto come fosse una culla dalla pietra su ogni lato, difeso dai terribili venti che impavidi soffiavano in ogni direzione tutt’attorno. Depose delicatamente il corpo dell’amata in quelle acque e pregò per giorni e giorni intensamente, senza mangiare ne bere sino a che la morte non sopraggiunse anche per lui. Qualcuno dice che gli Dei non vennero mai, altri ancora -e questa è l’alternativa comunemente accettata- che essi non disponevano del potere di ridare la vita per cui offrirono all’uomo in punto di morte l’alternativa di trasmutarli in qualcosa che avrebbe reso più lieve la sofferenza di chi avesse vissuto un’esperienza simile alla sua in futuro, ed egli accettò. Dai loro corpi nacquero duecentosei fiori di Absentya ciascuno, che negli anni si moltiplicarono infinite volte.

Molto tempo è passato e la leggenda ha preso piede; ogni anno migliaia di persone portano le ceneri delle persone amate su quell’isola donandole al vento che pare essersi ingentilito, come per rispetto del sentimento di cui ora si fa carico. Si dice che esso le sospinga sino alla cima del monte depositandone una parte nel lago e che in seguito quest’ultimo nutra i fiori di Absentya nati quell’anno.

Sempre il vento poi porta con se i semi che nascono, spargendoli per tutta l’isola in una notte di mezza estate. Li lascia cadere sui tetti, per le strade, nelle crepe di muri e pavimenti, ai bordi del fiume, in mezzo ai prati ed essi crescono e sbocciano anche nei punti più ostici, apparentemente fragili eppure coraggiosi, riempiendo ogni anfratto dei paesi di quell’isola. La mattina tutto è splendido e quasi irreale, ogni singolo fiore di Absentya ha un profumo differente, particolare ed unico che ricorda quello di una persona amata le cui ceneri sono state portate in dono al lago. Nessuno osa raccogliere o calpestarne neppure una, in rispetto dei sentimenti altrui. La vita dei fiori che osano spingersi fuori dal loro rifugio montano è molto limitata, la loro fioritura dura un giorno soltanto ma si dice che ogni anno essi resistano per un minuto in più rispetto a quello precedente, sforzandosi al massimo delle loro capacità per onorare il ricordo di cui sono portatori, prima di dissolversi nel nulla.

Roberta Rocchetti ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Lucrezia camminava a testa bassa sotto una nebbia pesante che sembrava quasi pioggia, intrisa degli odori della città e degli umori dei suoi abitanti, alcuni allegri, altri malinconici, alcuni preoccupati, altri euforici, non alzava neanche lo sguardo e una tristezza pesante almeno quanto il suo cappotto le gravava sulle spalle. Erano ormai almeno tre mesi che si trovava ad avere quello stato d’animo, dopo la fine della sua storia con un uomo di cui non voleva neanche ricordare il nome anche se per lei era stato importante quanto l’aria che respirava, ma lui l’aveva umiliata, tradita, forse anche derisa, e se ne era andato via con una di quelle “amiche” che orbitano nelle comitive, che sembrano stare in un angolo ed invece poi scopri che hanno la verve e la volontà di una tigre. E quella tigre si era presa quell’uomo. O lui si era preso lei, in ogni caso lei era rimasta sola e con un senso di vuoto sconfinato e freddo seppur pieno di “perchè” ai quali non avrebbe mai avuto risposta.
Era da tempo che Lucrezia voleva tornare alla vita, ma quel pensiero non la abbandonava, quella tristezza non se ne andava, e tornavano entrambi ciclicamente come una giostra impazzita che gira in eterno.
Passò distrattamente davanti ad un panettiere, poi davanti ad una profumeria e lì qualcosa catturò la sua attenzione, un profumo mai sentito prima, si incuriosì ed entrò. Fu incredula nel vedere in quel momento, subito dopo varcata la soglia, le commesse dotate di ali, non toccavano terra ma letteralmente volavano e una musica ipnotica si diffondeva per il locale color del cristallo insieme a quel profumo paradisiaco. Una commessa le chiese di cosa avesse bisogno e lei sussurrò piena di soggezione che le serviva quel profumo per tornare a vivere e a provare di nuovo gioia, la commessa le disse di andare con lei a prenderlo, nel piano sotterraneo della profumeria, perchè, disse, i profumi più buoni, quelli davvero incantati, sono riservati a chi non teme di affrontare le profondità.
Lei sapeva di non temerle, quella sofferenza l’aveva portata quasi fino all’inferno. Scesero e lì, nel punto più basso trovarono quel fiore, era anche lui di cristallo ma aveva un interno scuro, fatto di passioni, di gioie, di distacchi, di abbracci e di addii, ma intorno, nei petali esterni, splendeva come mai Lucrezia aveva visto splendere nessun’altra cosa prima, e quello splendore raccontava che in ogni seme doloroso è contenuto un fiore di serenità, di ritorno alla vita, di voglia di ballare, e stringersi ancora a qualcuno che si ama. La commessa posò le mani sul fiore e questo cominciò a stillare gocce di profumatissimo, scintillante liquido color del cielo, che lei raccolse e posò direttamente al centro del petto di Lucrezia che si sentì finalmente leggera, libera, col desiderio di tornare in superficie e lo fece. Aveva smesso di piovere, guardò il cielo poi tutto cominciò a girare vorticosamente.
Si ritrovò seduta sul proprio letto, forse aveva sognato, ma si sentiva di nuovo viva, accanto a lei qualcosa mandò un bagliore, trafitto da un raggio di sole.

Lorenzo ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Hierochloe odorata (a true story)

Lui, Chogan, “uccello nero”, giovane nativo degli stati dell’Ovest, le grandi pianure gelate del Canada un tempo punteggiate di totem, lui aveva soltanto sentito la storia da suo nonno. Quelle storie che si ascoltano un po’ sbuffando, le solite fole raccontate mille volte da Abooksigun, il vecchio un po’ svanito che passava il tempo al drugstore del piccolo villaggio di baracche.
La storia – la leggenda forse? – di un’erba dal profumo unico, inconfondible, dolce come il bacio di una donna innamorata. Un erba capace di fare innamorare, e di curare molti altri mali oltre a quello d’amore. Una delle quattro medicine sacre del nostro popolo, diceva sempre Abooksigun. Sweet grass, la chiamarono i bianchi quando arrivarono.

Ma di quella storia, o leggenda, nessuno sapeva più niente. Quale era questa misteriosa pianta? Dove si trovava?
Nessuno sembrava avere una risposta.
E tutti i figli del popolo delle pianure si immaginavano – chissà – un fiore sgargiante, colorato, nascosto all’ombra delle immense foreste; oppure un tappeto di colori vivaci negli sterminati prati che ora vedevano scorrere velocemente dal finestrino dei loro pick-up scassati.

Chogan però…Chogan che amava percorrere a piedi i sentieri costieri della sua gente, fra le foreste di abeti e gli strapiombi sull’oceano, più di una volta si era sorpreso a cercare, nel cammino, i segni odorosi del sacro. A poco a poco, divenne un passatempo consueto durante le sue camminate, poi quasi un’ossessione. Annusava tutto, ogni singolo fiore, ogni stelo… Ma niente.
Finchè un giorno, fermo a riposare su un sentiero poco battuto, una sottile striscia di terra disegnata a strapiombo sull’oceano, una sensazione nuova lo colpì come un lampo di luce nel lungo inverno del Grande Nord.
Un odore fortissimo, dolce come nessun miele, incantevole, mille vaniglie mescolate insieme.

Chogan guarda, muove le narici, segue la direzione del vento, si acquatta come un segugio. Cerca tutto intorno a sè.
Lo trova, lo punta, guarda e non ci crede. Un’erba verde, anonima, uguale a tante, con un piccolo fiorellino quasi invisibile.
Era lei. Aveva trovato l’erba sacra della sua gente, il minuscolo fiorellino dai poteri magici. E soprattutto, aveva trovato il profumo più dolce e soave che avesse mai sentito.

silvy ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Disteso, la osservava muoversi per la stanza.
Lei lo portava ad un’immagine di cui non aveva mai parlato.
Nuda eppure fasciata di silenzio, spogliata dalla sete di quell’ amore che, da tempo, alzava il volume delle loro vite.
Luce buia radiante: nero nei petali, d’oro lo stilo. Sinuoso e carnoso nei fusti, disadorno di foglie, di ornamenti, quasi a magnificare la rarità della fioritura; quasi morale ed irreprensibile prima di aver scoperto l’acidulo lattice che negli stami scorre……..
Sacro come il Soma ai Veda, berne il succo è il ponte verso il divino, al rito di sacrificio fisico, carnale, volto alla purificazione dell’anima.
Vibrante di sensuale bellezza, lo rapisce…lo estranea.
Odora di calda resina , di rosa e gelsomino, questo prezioso Fiore: sorpresa e smarrimento da capolavoro, che pare realizzato in un istante.

Zizy ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Può un fiore essere sensuale e un profumo essere un abito? Se gli dei creano gli odori e l’uomo i profumi allora io posso essere indossata come un abito sensuale. Amo essere presa di notte, con il suo calore capace di risvegliare mille sensi. E amo ancora di più la morbidezza della sua pelle che incontra il vellutato dei dei miei petali. È il mio indelebile tocco inebriante che confonde i tuoi sensi. Indossami! Sfiorami! Odorami! E fai sì che il tuo abito migliore sia io: “sensuale orchidea”.

Pierluigi Bacci ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Il Potere di un Fiore

Dalla mezzanotte, alla luce argentina della luna piena, le ragazze raccoglievano fili d’erba appena nati, fino al mattino. Ai primi raggi del sole riempivano le ampolle di cristallo di gocce di rugiada. Intanto la vecchia del paese, grattava radici di Genziana in una coppa di vino rosso. I fili d’erba, bagnati dalle gocce di rugiada erano adagiati, piano piano sul fondo della coppa. Poi la vecchia la posava sul tetto, dove rimaneva per otto giorni e otto notti di luna piena. A quel punto, mancava solo il fiore.
Facile a dirsi.
Il “fiore” nasceva soltanto in un posto, e solo lì si poteva cogliere, e solo quando fosse stato al massimo della sua fioritura: al centro di un labirinto, anzi al centro del “dedalo del Granduca di Toscana”.
Il dedalo del Granduca è un labirinto fatto di vicoli ciechi, false piste, trabocchetti, dove entrata e uscita sono in due posti diversi. Se arrivare al centro era cosa difficile, arrivare nel momento giusto lo era ancor di più, e poi si doveva uscire dal dedalo di siepi verdi alte due metri. Ma chi l’aveva fatto una volta, sapeva: con i fiori raccolti nel palmo della mano, era un gioco da ragazzi uscire dal labirinto. Bastava annusare un fiore e il sortilegio olfattivo ti guidava nella giusta direzione: avanti a destra, ancora a destra, a sinistra, avanti… Si poteva anche chiudere gli occhi era lui che ti guidava.
Un fiore insolito, dalla doppia natura: insensata ed enigmatica, crepuscolare e solare, inebriante e narcotizzante. Un fiore bianco, dai petali carnosi che sfumavano sul rosato, il cui profumo faceva star bene, rendeva felici, attraeva l’amore, accendeva la passione.
Se il fiore arrivava a destinazione prima del tramonto, la vecchia lo distillava e lo versava goccia a goccia nell’infuso, poi lo donava alle ragazze.
E, con la luna nuova, tre gocce di profumo dilatavano la loro bellezza e, come per magia, realizzavano i loro sogni.

Maria Luisa ha detto:
giovedì 15 dicembre 2016

Una grande porta a vetri, con la scritta un po’ retrò Belle Helene, inquadrava un viso elegante ed appuntito dalla pelle alabastrina appena accesa sulle gote da un velo di polvere rosata. Mi fissava,oppure semplicemente il suo sguardo era perso in pensieri lontani, un cappotto scuro e ampio la avvolgeva come una coperta mentre i bottoni erano ricercati come memorie di preziose vesti. Un particolare mi colpiva, aveva appuntato al colletto un fiore che non passava inosservato. Sembrava quasi finto,di consistenza serica e di un bianco candido attraversato da sottili venature dorate. Ogni tanto il suo naso vi si accostava e la costringeva ad un sorriso. La curiosità mi spinse ad entrare nel locale ed a sedermi al tavolo accanto al suo. Non era giovane, ma ancora bella, ed ogni volta che sorrideva mi appariva una ragazza che sollevando lo sguardo scoppiava in una risata. Una risata argentina, che faceva capolino dalle larghe tese di un cappello rosso fuoco come le sue labbra.Poi di nuovo la signora si faceva assorta e rapita dai suoi pensieri. Avevo preso coraggio e…”Deve essere profumatissimo quel fiore”. A quelle parole aveva posato lo sguardo su di me ,ora ne ero certo. Mi mostrava le sottili rughe che velavano il suo volto come una impalpabile ragnatela. “Sì molto, molto dolce … come il ricordo di chi me lo donò. Ma è una vecchia storia…vecchia come me”.Ora la ragazza sorrideva.

groppy82 ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Era una fredda giornata di dicembre, una di quelle giornate dove l’aria è così fredda che ti sferza il volto, ma nello stesso tempo ti fa sentire vivo . Lei camminava, la testa piena di pensieri, quel sentirsi sempre fuori posto, come se fosse di un altro mondo. Quel giorno si era svegliata con una sensazione strana come se sentisse che stava per succedere qualcosa per questo era uscita a fare due passi nel bosco vicino casa. La natura tutt’intorno portava i colori autunnali, i colori delle creature degli alberi e dei fiori che mutano e si trasformano per risorgere splendidi e rigogliosi in primavera . Camminando lei rimaneva abbagliata dalla maestosità della natura e senza accorgersene arrivò in una radura dove una piccola strada portava verso una grande luce. Lei decide di intraprendere quel cammino attirata da un profumo soave che le giungeva alle narici e le penetrava nel cervello . Cammino a lungo attirata da quel fluido magnetico, l’aria piano piano diventava sempre meno fredda e lei si sentiva mano mano un po’ meno confusa. Finalmente arrivò alla fine della strada è quello che vide la lasció a bocca aperta . Un grande prato pieno di persone, animali di ogni genere, una natura rigogliosa e fantastica, piante e fiori di ogni tipo, ma la cosa ancora più sbalorditiva fu un enorme fiore bellissimo, possente e profumato al centro del prato . Era il fiore più bello che avesse mai visto, attirata come un ape gli si avvicinò stordita dal profumo estasiante che emanava. Il fiore aveva un colore quasi impossibile da descrivere un misto tra un blu cobalto ed un rosso cremisi con delle sfaccettature argentate, i petali sembravano fatti della seta più pregiata al mondo . Il profumo era un misto di miele, fiori, neve, sole e rugiada.Si avvicinò tocco i petali, vi appoggió il suo viso e si sentì a casa . Dopo poco le si avvicinò un vecchio saggio dalla barba lunga e bianca, tutto intorno l’aria era tiepida e portava ovunque il profumo del fiore, che le disse : ” bentornata a casa Aria”. Lei chiese al saggio come facesse a sapere il suo nome è lui rispose : ” tu fa parte di questo mondo è da tempo attendavamo il tuo ritorno a casa. Tu porti in te il dono dell’aria, il dono che permette di trasportare ovunque tu vada la capacità di sentire profumi soavi e meravigliosi. Ti abbiamo lasciata andare per un po’ di tempo sulla terra in modo che tu potessi portare questo dono a tanti esseri umani stanchi e stressati in modo che al tuo passaggio potessero ricevere questo dono così che potessero sentire i profumi meravigliosi che la natura ci ha donato e che altri uomini hanno poi catturato in meravigliosi flaconi così da portare ogni giorno la magia nella loro vita. Prima molti di loro erano ciechi, non sentivano profumo,ma grazie a te hanno riscoperto il dono di sentire. Per questo ti sentivi fuori luogo perché eri lì per una missione, ma non eri a casa.” Lei si mise a piangere, lacrime di gioia e sollievo. Il fiore si mosse e sprigiono ancora più profumo, i raggi del sole lo rendevano ancora più maestoso . Lei prese a ballare e tutti intorno a lei fecero lo stesso. Era a casa un luogo di profumo e magia .

Susanna Chiarenzi ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Si ritrovò piccolo piccolo. All’improvviso. Piccolo come non lo era mai stato. Strano per un giovane di vent’anni. Il giardino sfumò in un attimo, lontano da lui e non ci fu altro che l’orchidea bianca contro la notte scurissima e fresca di Maggio. Enorme e chiara, sopra di lui. Incombente e invitante allo stesso tempo. Quasi come per baciarlo l’orchidea si chinò e lo baciò con la sua grande morbida bocca, risucchiandolo.

Fu così che entrò dentro di lei. I petali del fiore lo sfioravano con la loro vellutata carezza. Ma in quel mondo bianco immacolato, quasi pervaso di luce lattiginosa, la presenza più percepibile era il profumo. Un profumo forte e avvolgente che lo circondava dappertutto come una coperta senza peso e senza materia.
Un respiro, un attimo. Lui non era più. Il profumo era dentro di lui. Il profumo “era” lui. Lui “era” il profumo. Entrambi fusi in una unica sola cosa. Il ragazzo e l’orchidea. Benessere totale e totalizzante. Sarebbe restato così per sempre, potendo. Una magia, un sogno … non avrebbe mai potuto dire cosa fu.

Giorni dopo quella incredibile notte si accorse di cercare in ogni donna un sentore di orchidea. Annusava il vento che i passi femminili creavano intorno a lui per strada. Respirava profondamente e attendeva l’emozione immediata e profonda che la memoria olfattiva può dare. Ma nulla. Nessuna aveva il profumo esatto del fiore che era stato suo. Avrebbe cercato l’orchidea bianca in ognuna. Fino a trovarla, un giorno forse, indossata dalla donna perfetta. Che avrebbe emanato il suo sensuale profumo personale sciolto in quello del ricordo di una notte di Maggio.

Paola ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Con il vento tra i capelli ,percorro una strada di ciottoli , il mare mi circonda in ogni lato e il sole mi accarezza la pelle. Sono su un’isola, il cui nome Mali Losinj , mi invita a non scendere fino alla spiaggia con la compagnia , ma mi suggerisce di visitarla in ogni suo angolo anche piu’ nascosto. All’improvviso una deviazione interrompe la via , una scritta di gesso su una tavola di legno “Il giardino dei fiori e delle erbe lussinese “, non mi fermo molto a riflettere ,abbandono le mie amiche in direzione spiaggia ed inizia cosi’, quello che sara’ il viaggio olfattivo piu’ importante della vita , una sottile linea tra sogno e realta’.All’ingresso del giardino , superato un arco di rose , mi confondono una serie di sapori che mi trovano impreparata ,alla moltitudine di sensazioni che mi inebriano e toccano il cuore , con una piccola scossa, che quasi mi spaventa ,mi batte forte come quando al primo amore, mi sembrava dovesse uscire dal petto, la testa mi gira con il mirto liquoroso, ai bordi delle siepi, gli occhi si perdono tra la salvia selvatica, il finocchio marino e i fiori di lavanda, che crescono tra la sabbia e le conchiglie .Senza che io me ne renda conto, accanto a me una donna ,con un sorriso che avrebbe da solo potuto disarcionare interi eserciti combattenti, mi prende per mano e mi accompagna in un angolo del giardino , passando per uno stretto cunicolo dove le foglie e i rami coprono la luce del sole e dove un fiore luminoso spicca su tutto quello che ci circonda .I suoi petali all’esterno, di un color borgogna scuro si schiariscono pian piano divenendo rosa pallido ,fino ad arrivare al centro e dove un bianco purissimo ,dalla sensazione di potenza e eccitazione iniziale e’ solo un attimo a trasformasi in serenita’ ed è la delicatezza a invadermi senza lasciare traccia alcuna di tutto quello che prima è accaduto.Non riesco a staccare lo sguardo dal fiore e la donna mi sussurra “E’ la vita , i contorni sono scuri a volte burrascosi, ma a ben dipanare gli ostacoli ,vale sempre la pena di viverla e alla fine un traguardo fresco leggero e di pace lo incontriamo sempre, per dissolvere quel velo che contorna la nostra anima senza lasciarla libera di volare ” Mi avvicino al fiore e lo annuso e una punta di sale portata dal vento si confonde all’unione delle note dolci e persuadenti di un misto tra iris e narciso ,una note piccante ,ma non invadente di zenzero carammellato si impone nella mia parte di anima piu’ nascosta senza fare male .La donna si allontana in direzione dell’arco di rose “Il nome signora? Il nome del fiore ?” domando io con insistenza , “Soul flies “mi risponde in un soffio “Perche’ ogni anima seppur turbata e scura in un momento della vita ,torna sempre ad essere pura ,come quando e’ nata e vola “.Ed e’ proprio cosi con la piramide olfattiva che comincia a ruotare nella mia testa in tondo che sento un a spinta verso l’alto e mi ritrovo sopra le nuvole, il battito si accellera come al primo bacio quando penso che restera’ l’unico e inimitabile della mia vita ,faccio un giro di valzer con mio padre che indossa il vestito elegante che si e’ cucito da solo per il mio matrimonio e poi stanca mi addormento tra le braccia di mia madre che mi sfiora la fronte con un bacio e profuma come il fiore nella sua parte finale ,rassicurandomi da ogni preoccupazione della vita ……..poi apro gli occhi e le mie amiche ridono in acqua tra gli schizzi delle onde e mi invitano a raggiungerle ,mi alzo e aprendo il palmo della mano alcuni petali bianchi toccano leggermente la sabbia .Strizzo l’occhio alle nuvole dove mi sembra di vedere i contorni del volto della donna sorridermi e raggiungo le mie amiche in acqua ,consapevole che ora, grazie all’incontro con quel fiore, la mia anima sara’ sempre pronta a volare .
Novigrad

Cyberbruno ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Hai presente il Blu cielo? I suoi occhi sono così, e mi ha impressionato vederli come si sono posati sul quel mazzo di fiori esposto… Li osservava. Li scrutava. Coglieva le sfumature, i colori, l’armonia e la grazia. Era estasiata.
Sembrava che il tutto gli si vestisse addosso e ricopriva con la sua bellezza ed eleganza.

Poi il cielo si è aperto ai profumi che emanava e si e li si è inebriata.
Sono accorso anche io nella speranza di sentire addosso la stessa sensazione… volevo chiudere anche io gli occhi e vestirmi di tanta unicità.
Vi garantisco: la sensazione è unica. Ed è stato li che ho capito. Ho capito “il potere di un fiore”, che mi ha segnato, per sempre.

Monique De Leo ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Nato dal cuore del più eccetrico ed affascinante fiore del mondo vegetale.
Il potere di un profumo per non essere mai dimenticata.

Conc ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

E’ l’ora del tramonto nel giardino scende lento il freddo, è silenzio intorno e pace. In sottofondo, passi lesti verso casa presagiscono il calore e il piacere del riposo serale.
E’ plenilunio, la nebbia si dirada e la luce bianchissima della luna esplode di gioia piena e pura. Esplode pure lei, Bloomy, lattea di diafano splendore, regina di quel giardino. Lei e la luna parlano ogni notte, bisbigliano suoni potenti, si raccontano del giorno i migliori momenti.
Bloomy arriva alla luna, la sua fragranza notturna la incanta, ogni soffio di vento disegna una scia voluttuosa di sospiri e labbra tremanti, sogni che attraggono e si rifrangono come onde in un appuntamento che si ripete ogni notte. La luna è irretita, scomoda in una posizione sconosciuta, abituata com’è ad esser lei l’oggetto del desiderio.
Aspetta fedele al calar del sole che il profumo di Bloomy la accompagni nel suo viaggio, la faccia vibrare in tutto il suo ardore raccontando la sua emotiva femminilità, la sua infinita malinconia e l’incontenibile energia. La luna le chiede attenzione e Bloomy, the queen, china il capo e si riapre meravigliosa a dominare il suo regno per ricominciare il suo potente gioco di attrazione.

Greta ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Inizierei questa storia con “C’era una volta”, ma questa storia è vera e magicamente autentico è stato il potere di un fiore per farla finire con un “e vissero per sempre felici e contenti”.

Greta era una donna di trentasei anni: castana, occhi azzurri, corporatura media. Lo so, sembra la descrizione scritta nel documento di identità, ma è così che lei si sentiva e si dipingeva se doveva parlare di sé stessa: una donna né bella, né brutta, poco interessante, timida, impacciata a volte. Non era poco interessante in realtà: era intelligente, adorava leggere e andare al cinema. Si recava una volta alla settimana ad allietare i bimbi ricoverati in oncologia pediatrica vestita da clown e faceva lunghe escursioni in montagna. Aveva un sorriso radioso, pur essendo di indole riservata, e due occhi che luccicavano di gioia ed emozione per un tramonto sul mare, un neonato nella culla, un fiore di campo che brilla di rugiada, un concerto con musiche di Mozart.

In una cosa però Greta era davvero insuperabile: nella capacità di sognare. Sognava di incontrare il principe azzurro, come nelle favole, un cavaliere di cui innamorarsi perdutamente. Sognava di andare a Parigi con lui e non ci era mai voluta andare da sola proprio perché quel viaggio doveva essere il primo viaggio con lui.

Tutta presa da questo sognare di essere la protagonista di una storia degna dei migliori film o libri sdolcinatamente romantici, quasi non si accorgeva del mondo reale, delle persone che incontrava per strada, o al lavoro.

Davanti alle vetrine sospirava in un prevedibile “vorrei ma non posso” ogni volta che adocchiava un paio di scarpe rosse tacco dieci, che non osava acquistare perché alla si vergognava di qualsiasi particolare avesse potuto renderla vistosa. Avrebbe voluto un abito lungo scollato sulla schiena di seta blu, ma alla fine non l’aveva neppure mai provato perché pensava che non avrebbe mai avuto occasione di indossarlo.

Qualcosa però cambiò improvvisamente nel suo tran tran quotidiano. Un giorno, nel piccolo bar dove andava in pausa pranzo, il “Croissant”, entrò un uomo di una bellezza luminosa.

Era alto, capelli mossi e brizzolati, occhi di carbone, sorriso che per lei era come un raggio di sole, profumato di vetiver, muschio di Quercia, ambra e spezie.

Lo osservò per un mese perchè pranzavano allo stesso orario, tutti e due soli, tutti e due velocemente.

A volte arrivavano alla cassa simultaneamente e lei al solo averlo così vicino sentiva il cuore batterle all’impazzata, e si allontanava di mezzo metro per paura che si potesse udire.

C’era qualcosa in lui, nei suoi gesti decisi ma gentili, nel suo sorridere, nel tono di voce che le diceva che Lui era il principe, ma i giorni passavano e non sapeva come avvicinarlo, non conosceva neppure il suo nome.

Un pomeriggio, dopo il lavoro, decise che era arrivato IL MOMENTO. Andò a comprarsi un paio di decolleté rosse, un nuovo profumo fiorito ed ambrato, un abitino svolazzante blu e poi andò dalla parrucchiera e si fece un nuovo taglio di capelli.

Il giorno successivo si mise in ghingheri, e non le importò neppure un po’ che i colleghi d’ufficio si stupissero di vederla in tacchi alti e così sensuale dopo anni ed anni di maglie informi, scarpe da ginnastica e capelli raccolti alla meno peggio.

Prima di entrare al “Croissant” colse una rosa rossa nell’aiuola al di là della strada e la mise tra i capelli.

Era una rosa rosso carminio, molto profumata, dai petali vellutati, ma soprattutto era magica. Prima che lei si sedesse al solito tavolino la rosa scivolò a terra proprio nel momento in cui dietro di lei stava entrando il suo principe che la raccolse e, con un sorriso che sembrava già una dichiarazione d’amore, gliela porse.

L’incantesimo era scattato. Non servì chiedersi l’un l’altro se sedersi allo stesso tavolo. La pausa pranzo, di solito consumata in un quarto d’ora, diventò un parlarsi per un’ora. La sera stessa andarono al cinema insieme a vedere “Spider-Man 2”. Nel week end andarono a passeggiare in un borgo medioevale dove il tempo si era fermato, non c’era il rumore assordante della città, e il profumo dei prati che circondavano il paese donava all’aria una leggerezza soave. Dopo un mese andarono a Parigi, ed a luglio insieme a Favignana ad amarsi con il blu del mare e del cielo negli occhi e il sapore di sale sulla pelle. Non ci crederete, sembra una frase fatta ne convengo, ma non si amavano di un amore normale. Si conoscevano da poco ma già i loro pensieri erano legati da un filo impercettibile di reciproca empatia. Si desideravano con una passione che faceva dimenticare ogni pudore e si baciavano sera dopo sera con la necessità di un sorso d’acqua dolce che ha un naufrago da giorni in mezzo al mare.

Il bocciolo di rosa rossa dormiva riposto nel cassettino dove Greta riponeva le cose più preziose.

Riccardo si chiama il suo principe e non c’è momento in cui lei non pensi: “non svegliatemi, se è ancora un sogno, non svegliatemi, vi prego”.

E vissero per sempre felici e contenti.

D Silente ha detto:
venerdì 16 dicembre 2016

Rapid Eye Movement

Ho sognato. Ho sognato questa cosa, che era più un sentore. Un sentimento, forse. Inintellegibile.
Ho sognato i suoi petali, che già conoscevo, che mi sembravano di velluto, caldi che scioglievano la brina. Erano porpora, ma poi erano viola e poi ancora del fucsia più acceso e violento.

Non so, è strano, ma percepivo l’odore di quel sogno. Quel fiore. Quel fiore era la mia madeleine, un ricordo vivo. Ma ogni volta che lo guardavo, ogni volta che lo annusavo, ogni volta mi restituiva una sensazione diversa, nuova. Non di questo mondo. Ultraterrena. Mi affascinava e mi respingeva. Mi annichiliva il non ricordarla, il non catturarla. Il non poterla riscrivere. Mi seduceva allontanandomi. Con l’abbandono. Mi impauriva, ecco.

Ecco, mi impauriva. Mi ricordava la nostra storia. Della scoperta quando ci siamo conosciuti. Delle nostre sfumature, un prisma dal grigio al rosso. Del vortice dell’inizio. Quelle cose che ne vuoi sempre di più. La bulimia dei sentimenti. L’imparare l’altro. Apprezzarne le sfaccettature. Rileggere il mondo con occhi non tuoi. Abituarsi a costruire certezze. A collezionarle. E poi, così, vederle crollare. Dopo anni di consuetudini, dopo vite in cui tutto è familiare, dopo quel tempo sicuro, è arrivato il terremoto. Abbiamo iniziato a scordarci, ci siamo visti sconosciuti.

Ma lo sai anche tu, siamo gli stessi.
Lo vedi? È la paura del presente, la vita nei ricordi, il futuro che tu cerchi di disegnare come vuoi ma che poi va per conto suo. Inafferrabile. Ineluttabile.
Non lo so perché, ma in quel frame di quel sogno, in cui parlavamo senza sentirci, quel fiore alieno mi ha dato la chiave, la password per espandere tutto, per decifrare il codice. E capire che non è vero che è tutto finito come lo conosciamo, ma che l’imprevisto è insito nel ciclo stesso.

Come le orchidee di mia mamma, quelle che le abbiamo regalato anni fa. Quelle che a ogni fine d’estate, dopo la fioritura, sembrano morte, solo foglie e lunghi steli spogli. E scommetti che sarà l’ultima, che è ormai la fine. E poi, ogni inizio di primavera, quando torniamo a trovarla, anche loro sono lì, sconosciute e familiari, ad aspettarci in bella mostra, fiorite come mai. A sorprenderci, inesplicabilmente.

Renata ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Il potere di un fiore.
C’era una volta. No, c’è ancora.
Vorrei sfuggirti, liberarmi, nascondermi, ma non posso. Sono i ricordi che mi restano appiccicati sulla pelle, mi trascinano e mi portano altrove in una dimensione che solo noi conosciamo.
Il tuo profumo è un ricordo che mi fa trasalire.
Sono in mezzo alla folla, ma non vedo nessuno, solo te.
Non posso più lasciarti andare.

Giuppe89 ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Così comincia il mio racconto..
Davanti a me un foglio bianco, una stilo tra le mani e tanti pensieri per la mente..
Di verde inizia a colorarsi il tutto, come per magia quella pagina nuda prende vita, si trasforma e tutte quelle immagini vengono catapultate fuori come cavalli in corsa.
Chiudo gli occhi, respiro e di colpo mi ritrovo immerso in un villaggio coperto di neve, lucine e profumo di dicembre quasi prossimo al natale; non ho ben chiaro tempo e luogo, i comignoli fumano di grigio, il crepitio dei camini è palpabile e il loro calore pure, venendo così travolto da mille odori.
Nelle case si sente solo il dolce suono di persone ridere, parlare e raccontarsi di avventure vissute e sogni fatati recitati da bambini ansiosi di scartare quei mille pacchetti che presto troveranno sotto quell’albero che addobba parte della stanza.
Nella via riecheggia il rumore delle mie impronte sulla neve che continua ad essere morbida e candida e incessante cade dal cielo come per magia.. Non posso fermarmi, il cammino prosegue, supero il villaggio incantato e il mio naso continua a cercare quel profumo che fin dall’inizio non ha mai smesso di essere forte e sempre più presente, e come un lupo cerco, cerco e fiuto l’aria, sempre più selvaggia e prossima all’oscurità del bosco.. Niente e nulla può farmi paura o fermarmi, solo una cosa devo trovare, quel profumo deve possederlo qualcuno o qualcosa.
Il mio corpo ormai è ipnotizzato, come un marinao innamorato del canto delle sirene, continuo e il bosco m’inghiotte, l’oscurità è la regina adesso, e lei che padroneggia con eleganza il tutto.. e li che vedo un punto di via, una luce, un sorriso, una speranza.. come una voce, sento il mio nome, sempre forte e chiaro e più mi avvicino più la luce è calda e armoniosa e quel profumo è indescrivibile.. nel ghiaccio e freddo bosco solo una cosa mi chiama…
Arrivo, sento che posso toccarlo, sempre più vicino e finalmente i miei pensieri si bloccano e cessano di correre.
E’ un fiore… finalmente so chi e cosa mi hanno fatto arrivare li. I suoi petali color oro fanno brillare tutto ciò che lo circonda, come un diamante rarissimo.. Lessi qualcosa su di lui, non ricordo il nome, ma credevo fosse il protagonista di una qualche storia o di una leggenda.
“I suoi petali mai dovranno essere sfiorati, come le ali di una farfalla, quella polvere dorata lo tiene in vita, e chiunque avrà il coraggio di toccarlo verrà colpito da un maleficio”, ecco cosa diceva il racconto.
E’ impossibile descrivere il suo profumo, una nota quasi mielosa, fruttata e gustosa, come se fosse un qualche prelibato dolce dalle mille sfaccettature.
Un qualcosa di raro, unico e fragile allo stesso tempo. Golden flower lo voglio chiamare, il mio fiore perduto.

Giulia Giannini ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Il canto acuto dei violini e il soffio fondo degli ottoni riempivano l’aria scura del giardino di vetro del Palazzo, la serra che Re Yarvàin aveva donato ad Ar’aya per il suo trecentocinquantesimo compleanno. La musica vibrava attraverso la notte buia, squarciata dalle lame di luce grigia e azzurra provenienti dalla cupola, alzata come un tetto di rami su diciotto spessi tronchi di carbonio. Il bagliore freddo bagnava i volti dei presenti, colando come argento vivo tra le larghe foglie più vicine alla copertura, posandosi sugli zigomi alti e sulle dita affusolate, sulle spalle nude e sui sorrisi affilati dei membri della corte. La morbida melodia penetrava violenta i cuori di mercurio dei signori e delle dame, rimbombando tra gli spazi vuoti e le casse toraciche, saliva poi tra le nuvole stracciate e tra le stelle, riempiendo le sale della Reggia degli Dei: lì le lune gemelle Tayùn e Ni’rah, da tempo immemore maledette e innamorate, si rincorrono ogni notte senza mai riuscire a toccarsi, navigando il cielo nero e viola, tagliato a metà da un arco di frammenti di pietra congelata, spalancato sul pianeta di Meerûn.

Il popolo dei Karva’al regnava nella terra di Varonia al di qua del mare di nebbia di Keramun da diecimila anni, da quando aveva sconfitto e cacciato oltre le montagne i Vrin’ghal, una razza di violente, enormi creature, dai corpi ricoperti di squame di acciaio e gli occhi infuocati di bollente tormalina. I Karva’al – come tutte le creature di Meerûn – erano fatti di metallo vivo e pietre preziose: corpi allungati di alluminio striato di viola, vene gonfie di mercurio e brillanti occhi di zaffiro. Siccome i loro corpi erano freddi, questi sempre cercavano il calore, ma non il calore del fuoco, e nemmeno quello del sole, perché il sole bianco di Meerûn è brillante e infuocato, ma troppo lontano per dare tepore. Il calore che essi cercavano è il calore interiore, ed è per questo che i Karva’al, che da diecimila anni vivevano in pace, erano divenuti un popolo di artisti e di critici dell’arte: l’arte è il nutrimento del cuore, la bellezza scalda le membra e le emozioni accendono il metallo. Producevano vibranti armonie con gli strumenti da loro costruiti e con quelli presi ad altri popoli durante i loro viaggi nello spazio. Cantavano. Scrivevano. Dipingevano. Disegnavano. Scolpivano. E cercando di darle vita, davano forma all’anima. Ma presi dal produrre bellezza artificiale, dimenticavano che tra ciò che di bello esiste, il bello più bello è il bello che lo stesso Meerûn produce: le piante. Alte come i grattacieli degli umani, o minuscole come gli ingranaggi dentati che ruotano nei loro orologi da polso, le piante di Meerûn si riproducono quattro volte l’anno affidando le loro spore ai venti, che le portano fino ai più remoti angoli delle terre che emergono dagli oceani di vapore freddo e vorticante. Di mille forme diverse, tingono il mondo di tutti i toni del verde, del blu e del grigio.

La Principessa Ar’aya – che in Varonar significa “Felce di Cristallo” – era nata durante la stagione delle spore e aveva sempre amato vagare per i boschi che crescevano a est del Palazzo Reale, abbarbicato su uno sperone di agata blu striata di titanio, proteso nella nebbia livida che ne inghiottiva le radici ad occidente. Da bambina, accompagnata dalle tate di corte, correva tra gli alti fusti azzurri, schiacciando coi piedini violetti la morbida erba grigia, affondando nella terra le sei corte dita arcuate di ogni piede. Inseguiva le piccole creature alate che vivono tra gli alberi, cercando di afferrarne le ali traslucide e brillanti, ridendo di gusto la sua risata argentina mentre allungava le manine verso i corpi tempestati di zirconi sospesi a mezz’aria. Crescendo, cominciò a esplorare da sola i sentieri naturali che serpeggiano tra i boschi. Cantava, la sua voce risuonava tra i rami e i rami le rispondevano, e quella melodia era il pianto di gioia della foresta stessa. Le giganti foglie blu si inchinavano davanti a lei, sfiorando il suolo di ferro e mica con le punte attorcigliate, e i rami si piegavano verso la sua alta figura coperta solo di veli candidi e trasparenti per carezzarle gli zigomi appuntiti e le esili braccia quadriarticolate. Da tutto il regno, quando erano in visita a Faró’her, i nobili delle province le portavano in dono i vegetali che crescevano solo nelle loro contrade. Conosceva e amava ogni genere di pianta del regno di Varonia. Ed era ricambiata. Ma se alcuni Karva’al ancora ammiravano la bellezza delle foreste senza fine, questi si soffermavano su ciò che le piante offrivano alla vista o sui suoni che il vento tra le foglie donava alle loro orecchie a punta. Il motivo principale per cui Ar’aya, invece, amava trascorrere le sue giornate tra gli alberi era l’odore del bosco, e la vita delle piante che sentiva in esso. La bruma dell’oceano si condensava sulle foglie, gocciolava tra i rami, scorreva sui tronchi e inumidiva il terreno, liberando una serie infinita di odori bagnati che a Palazzo – in cui tutto è fatto di pietra e metallo, persino le persone – non esisteva.

I violini continuavano a cantare e gli ottoni soffiavano ancora nella notte, quando accadde. Nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ed è per questo che l’attacco riuscì, e dei Karva’al non rimase nulla, se non il dono più bello che potessero lasciare in eredità al pianeta di Meerûn.

I Vrin’ghal, che tutti credevano estinti, si erano in realtà evoluti. Grossi il doppio di prima e doppiamente malvagi, non ebbero pietà dei pacifici abitanti di Varonia. Perduti nella contemplazione della bellezza da migliaia di anni, producevano lance meravigliose e archi lunghi di pregevole fattura, splendide spade e incantevoli balestre, ma non avevano idea di come imbracciarli.

Morirono. Morirono tutti, sotto il fuoco delle navi da guerra dei mostri d’acciaio. Le bombe di fiamme bianche divorarono ogni cosa, precipitando dal cielo e spaccando a metà la terra stessa: le foreste bruciarono, i palazzi crollarono in cumuli di cenere e macerie.
Morirono. Morirono tutti, e tra loro morì anche Ar’aya, la Principessa dei Karva’al, la Felce di Cristallo, e Regina della Foresta.
Morirono. Morirono tutti. E tutto fu polvere perduta nel vento.

Il popolo dei Vrin’ghal regnava nella terra di Varonia al di qua del mare di nebbia di Keramun da diecimila anni. Ma poi si uccisero a vicenda. Perché la guerra e l’odio erano ciò che li alimentava, ma furono anche ciò che finì per divorarli. E anche di loro non rimase più nulla.

Ma le piante cresciute nelle terre al di là del mare di nebbia di Keramun, figlie della foresta di Faró’her, erano ancora vive ed erano diventate adulte. Le loro spore attecchirono nelle terre morte e dilaniate dal passaggio di un popolo tanto rozzo e distruttivo ormai scomparso, e diedero vita a un nuovo bosco. Per diecimila anni crebbero rigogliose, ricoprendo lentamente le ferite aperte nella roccia e nel metallo di Varonia. Due ere intere erano passate, ma ciò che né i Karva’al né i Vrin’ghal sapevano, ciò che solo la gentile Principessa Ar’aya aveva intuito, era che le piante potessero pensare. E amare. E ricordare. E tutte loro ricordavano i racconti delle loro madri, che a loro volta li avevano sentiti narrare dalle proprie, di una giovane creatura dagli occhi di zaffiro e la voce melodiosa, che risplendeva di vita e traboccava d’amore. Tutte loro ricordavano la storia della Felce di Cristallo e, addolorate dalla certezza di non poter mai udire la sua voce, fu pensando a lei che decisero di creare qualcosa che nessuno aveva mai visto.

Una nuova pianta nacque a Meerûn. Una pianta sottile, dallo stelo argentato e le foglie violette. Era la pianta più bella mai vista a Varonia. Ma quando tutta la foresta era già innamorata di lei, lei diede vita alla creatura più incantevole mai nata sul pianeta: tra le foglie agitate dal vento, un giorno sbocciò un fiore. Il primo fiore di Meerûn. Grande come gli occhi della Principessa, del colore degli zaffiri, si aprì la notte in cui finalmente Tayùn e Ni’rah si incontrarono, esplodendo in migliaia di frammenti che cantavano un canto d’amore echeggiante quello dei violini e degli ottoni della notte in cui Ar’aya morì. Il fiore si spalancò e liberò nell’aria umida della foresta un profumo che nessuno aveva mai sentito: sapeva di amore, e sapeva di pioggia, sapeva di luce, sapeva di vita, e sapeva di musica e di bellezza; dolce come la voce di Ar’aya, aspro come i suoi lineamenti aguzzi, leggero e gentile come il suo nome, forte e vivace come la sua anima.

Ma l’uomo che, un giorno, avvicinò il naso a quel fiore non conobbe mai la sua storia. Non sapeva dei Karva’al, non sapeva dei Vrin’ghal, non conosceva la vita e la morte che avevano fatto nascere la splendida creatura blu, ma poté intuire tutto ciò che dietro quel fiore perenne si celava. Perché nel profumo di Ar’aya c’era il mondo intero e l’anima stessa di Meerûn e ancora qualcos’altro, perché l’uomo vi sentì anche l’ultima carezza di sua madre, e l’ultimo bacio di sua moglie, la risata di sua figlia e la voce di sua sorella. Avvicinando il naso al fiore, l’uomo sentì anche la sua vita. La vita, nel profumo di Ar’aya.

Giulia Morotti ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Giulia Morotti

Suonano note nell’aria gelida del primo mattino: un inno al cielo innevato veniva suonato dalle dita infuocate di un pianista isolato che pensava a un’isolana incontrata la stagione passata.
Il passato lo richiamava a calde emozioni trascorse, a quando lei gli porse le labbra corallo.
Sognava un ballo infinito con lei.
Sognava di solcare con le dita la sua pelle scura baciata dal sole, sognava di perdersi nei suoi occhi d’abisso.
C’erano stati picchi di passione tra i loro sguardi profondi e intensi, odori di incensi e onde selvagge in quelle notti di brezza marina, il loro amore indigeno più infinito del mare e le mani intrecciate con la preghiera di rivedersi.
Ora era solo e suonava per ricordare e per dimenticare.
Prese a suonare tutto il tempo, solo, nella stanza, affranto dalla disperazione e consumato dall’amore.
Si rivolse ad un fiore per solitudine. Il profumo, i petali carnosi, la sua bellezza, gli ricordavano la sua isolana. Così suonò instancabilmente, follemente, per quel fiore selvatico e delicato come il suo unico amore.
Alla fine era esausto e privo di forze, aveva perso la speranza di quel sentimento e tutto gli sembrava inutile, si sentiva perfino ridicolo ad essersi affezionato a quel fiore stupendo, continuava a guardarlo senza un perché.
Ma quel fiore era l’unica cosa a cui poteva raccontare, attraverso la musica, la sua nostalgia, così, quell’incantevole fiore, nel silenzio e nel buio della notte, mentre il pianista piangeva lacrime interminabili, iniziò a riprodurre la melodia che egli aveva suonato con tutto il suo cuore.
Quel piccolo fiore aveva assorbito la dolcezza di quell’uomo straziato da un sogno impossibile, e risuonava magnificamente. Provenivano note perfette, una sinfonia sublime, era un vero e proprio incanto.
Il pianista innamorato era incredulo, e in quel momento pensò che tutto era allora possibile, che se una tale magia era successa proprio a lui grazie a quel bellissimo fiore, doveva inseguire e realizzare il suo sogno.
Si imbarcò portando con sé il fiore-musico, valicò i mari in tempesta, gli oceani immensi, per approdare sull’isola dopo giorni e giorni di navigazione, con il fiore che non smise mai di suonare per lui donandogli coraggio e fiducia.
Il pianista cercò l’isolana a perdi fiato, passava il tempo, ma poi la trovò, al chiaro di luna, a contemplare l’orizzonte del mare, immobile, sulla sabbia dorata.
Bastò una carezza sulla spalla e la bellissima isolana riconobbe quella mano fresca sulla sua pelle, come se quel gesto avesse fatto parte dei suoi sogni più sinceri, come se l’avesse sempre aspettato.
Erano in riva al mare, uniti in una danza eterna ed il fiore-musico suonava per loro…senza fine.

Zaira ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Un fiore, solo un fiore
Puo’ descrivere il sogno
Di noi che cerchiamo nell’essenza
L’Assoluto

Kimba ha detto:
sabato 17 dicembre 2016

Flower Power

Anno 2042 : il destino dell’umanità è segnato.
Riscaldamento globale, glaciazioni improvvise, sole oscurato.
Ormai il nostro pianeta è consumato, a malapena la presenza della luna viene percepita, nemmeno gli altri pianeti che gravitano attorno a questa galassia si scorgono nello spazio : la terra è diventata un posto ormai inospitale per l’uomo, unico colpevole dello sfruttamento di ogni risorsa fino a portarla ad esaurirsi.
Gli animali ci hanno già lasciato 2 anni fa, con tutto quello che ne consegue.
Persino, l’acqua, fonte primaria della vita, deve essere filtrata : l’essere umano ha i giorni contati.
L’unica speranza risiede in un fiore, specie estinta già dalla prima glaciazione sul nostro pianeta, che pare possieda l’insolito potere di poter ridare la vita a qualunque essere vivente.
Una leggenda ? Sembra di no : non so nemmeno perché mi sono lasciato convincere a partecipare in prima linea alla missione che mi porterà su Proxima B, orbitante attorno alla stella Proxima Centauri, un pianeta gemello della terra scoperto nel 2016,incontaminato,
dove cresce “L’orchidea del tempo”.
D’altronde non si capisce come gli scienziati possano avere una minima certezza che il fiore possa essere piantato qui e restituire al pianeta una nuova speranza.
Ci viene imposto di portare con noi 2 ragazzini, tassativamente minorenni :pare sia necessaria la loro presenza, devono essere della nuova generazione e di sesso opposto
“Loro” sanno più di quanto ci hanno riferito finora, inizio a nutrire dei sospetti, ma dopotutto non vedo molte scelte davanti a me.
La tecnologia maturata in questi anni ci permette di raggiungere Proxima B nel giro di un’ora.
Scesi dalla nave, avverto immediatamente la sensazione di essere tornato indietro nel tempo di almeno 50 anni : l’aria è così pulita che ogni respiro è quasi doloroso.
Nonostante ciò, all’improvviso ci troviamo trasportati da un profumo inebriante, intenso, inarrestabile….al tempo stesso una sensazione di pace pervade i nostri corpi e agguanta prepotentemente la nostra aura.
Senza essercene accorti, ci ritroviamo di fronte ad una sorta di costruzione monolitica, antica come una piramide egizia ma costruita con tecnologie che sembrano più avanzate della nostra.
Entriamo con la stessa sicurezza di chi arriva nell’ingresso di casa propria, e davanti a noi compare una anziana signora di bell’aspetto, provata dagli anni ma ancora di una bellezza quasi eterea, con un vestito che ricorda la dea della bellezza del dipinto di Botticelli.
Sembrava sapesse che saremmo arrivati in quel momento, e quasi senza proferire parola, porge l’orchidea ai due ragazzini.
Con un filo di voce e con premura, ci racconta che Il fiore, da lei custodito per quasi 1000 anni, l’ha tenuta in vita solo nell’attesa di poter essere regalato ad un nuovo giardino.
Ma perchè funzioni, chi fa il dono al giardino deve avere un’anima pura, non corrotte dall’ira, dall’avarizia, dal potere, un’anima che però conosce benissimo l’amore, l’amicizia, la serenità e che possiede molti anni nell’orologio del tempo.
E sul finire del suo calmo e pacato discorrere, la vediamo scomparire a poco a poco in piccolissimi pollini che si vanno a posare sui petali dell’orchidea, come se il fiore diventasse da li a poco la sua reincarnazione.
La terra grazie alla generosità dei nostri antenati può avere anche questa volta il dono della vita : dipende da noi se vogliamo o no cogliere questa grande occasione.

Artemisia ha detto:
domenica 18 dicembre 2016

Ho freddo, sono affamata e le scatole mi girano a mille. Andrea da un po’ non dice nulla, ma so che più o meno quello che pensa è simile a quello che rimugino io da qualche ora.
“Cara zietta, ma ti pareva il momento questo di volare in paradiso e lasciare noi nipoti a pagarti l’affitto, a saldare le bollette, a litigare con la banca per sbloccare il conto e a sgomberarti casa? Ma non potevi mettere in croce qualche figlio?”
No, non poteva, perchè lei e lo zio, già defunto, non avevano avuto figli, e quindi toccava a noi nipoti. In verità, ce ne arebbero stati anche altri, di nipoti, ma per ragioni di prossimità, o di lavoro, o di impegni precedentemente presi, è sembrato “opportuno” (mannaggia!) ad Andrea e a me farsi carico di un sacco di adempimenti post mortem.
Confesso che mettere le mani su oggetti di nullo valore, che però raccontano una vita, oltre che seccante, è anche imbarazzante, e so che anche Andrea fa gli stessi pensieri, mentre ostinatamente tace e carica sacchi gialli di rifiuto secco non riciclabile sul suo macchinone.
Si ferma, impolverato e immusonito, e mi dice “Basta! Non ne posso più! Ora ci fermiamo e fumiamo una sigaretta”. Fumiamo? Mai fumato in vita mia. “Ok – gli rispondo – tu fuma che io mi guardo un po’ intorno”.
Comincio a girare per casa e in giardino… Trovo, sopra un mobile già coperto di polvere, una casetta-carillon, con i pupetti che girano, che la zia mi faceva suonare quando da piccola andavo a trovarla. Toh, la bambolina portavaso in porcellana che ho sempre visto a casa sua (e magari ora vale anche qualcosa). Mi intenerisco. “Povera zietta – penso – te ne sei andata veloce, senza fare grandi scene, e la vita non te la sei mai goduta.”
Scendo in giardino: incolto, deprimente. Amo i giardini ben tenuti, e vivo l’abbandono di un giardino come l’abbandono di una persona. Giro un po’, per lasciare ad Andrea il tempo di gustarsi la sigaretta, quando ad un tratto mi arriva alle narici un profumo che definirei CELESTIALE. Da dove viene? In giardino ci sono solamente erbacce, e poi è febbraio e fa un freddo cane!
Seguendo il profumo tesa in avanti come un cane da punta, càpito vicino ad un cespuglio basso, di forma tondeggiante, senza foglie, con rametti nodosi che portano sulle sommità dei corimbi di fiorellini insulsi e giallastri. Mi avvicino un altro po’: decisamente sono questi fiori stupidini a emanare una fragranza incredibile, dolce, fine e anche un po’ speziata, molto intensa e sorprendente.
Beh? E che pianta sarebbe questa meraviglia? Chiamo Andrea “Senti qua!?!” Lui aspira il profumo e mi guarda sorpreso: “Boh!”.
Svelta consulto internet dal cellulare e cerco “piante che fioriscono a febbraio”. La trovo: è la Edgeworthia Chrysantha, e pare sia una pianticella molto diffusa nelle case di campagna, molto apprezzata per la fragrante fioritura in pieno inverno. Il profumo rilasciato dai piccoli fiori così insignificanti è talmente bello che sembra anticipi una primavera che percepiscono solo loro, perchè intorno è ancora freddo, grigio e nebbia.
Il profumo di questo piccolo fiore poco appariscente è così pieno e gratificante che, ammetto, l’animo si è un po’ riconciliato con la vita e quasi mi sento ripagata della fatica, della polvere, delle seccature dell’ultimo periodo. Riannuso il mazzolino di fiori cerosi più vicino a me: possibile che nessuno abbia mai pensato di farci un profumo? Sarebbe fantastico!
Ne stacco un rametto, lo metto in macchina e torno al lavoro con Andrea, tra la polvere e le carabattole da smaltire. Con un sorriso, però: grazie zietta, per il tuo regalino. Smack!

Alessandro Novolissi ha detto:
domenica 18 dicembre 2016

Le sembrò di destarsi del tutto quando vide un ciocca dei suoi capelli infiammarsi per la luce del sole che filtrava dalle piccole finestre della torre, e sì domandò perché a quell’ora fosse in giro per il palazzo con le chiome indecorosamente non raccolte. Si accorse anche che il cuore le martellava forte in petto mentre saliva quelle scale. O era solo un ricordo di poche ore prima quello che le attraversava la mente proprio adesso che trascriveva l’ultima dose del composto che stava miscelando? L’aria intanto, blandamente sospinta dalla debole fiamma sotto l’alambicco, era satura di quello strano aroma, invincibilmente suadente e al tempo: spaventosamente cupo. Era quello il profumo che aveva percepito in sogno svegliandosi madida si sudore mentre l’aurora fendeva l’oscurità. In quell’incubo, che ancora ricordava nitido, si trovava nel profondo della Foresta Primeva, la stessa di quella maledetta spedizione di due stagioni prima. Come allora avanzava incantata dalla fragranza multiforme dell’Orcade Paradisia, l’enorme fiore che si comportava quasi come un animale, che emetteva quelle note profonde che ora sentiva provenire dall’alambicco, cangianti e ipnotiche come lo erano i giganteschi petali del fiore stesso, dai tentacolari colori mutanti simili ad un invertebrato marino. Questi ammaliavano la vista delle vittime così come il suo profumo soggiogava l’olfatto raggiungendo in breve i centri nervosi del cervello. Mentre si fermava i capelli ricordò, o lo aveva ricordato prima, di come l’Orcade, almeno così si narrava, fosse in grado di riprodurre anche il verso di qualche animale ferito, o e ne imitasse il richiamo sessuale, così da attirare le bestie che li udissero nell’intrico dei suoi morbidi rami vischiosi. Ecco era per quello, era per quel nesso che si era sospinta fino al laboratori della torre. Distanziato dal castello, si era sempre chiesta perché non fosse posto vicino all’orto degli aromi. Ma forse era per una questione di “isolamento di sicurezza”. Ora lo sapeva, lo sapeva bene. Gli estratti delle varie parti dell’Orcade, insieme a quelli di altre piante della Foresta Primeva, erano conservati lì. Pur non ricordandolo precisamente: anche lei aveva provato l’effetto di quelle tossiche verdescenze piene di spine e piccole foglie gocciolanti di siero. Queste si diramavano tutto intorno al fiore come a creare un fitto mantello spumoso che sembrava adagiarsi sofficemente sul terreno, verde lana cardata . Così lei, preda di quell’essere fiorito che la “guardava” dall’alto del suo fusto, quasi a tre metri di altezza, e attirata da quei giochi multi cangianti, non prestò caso a quella cappa fatale intrisa di sostanze narcotiche. Era l’usuale strategia della pianta. Sì le piccole spine trafiggevano e graffiavano silenziosamente la pelle delle vittime senza che queste se ne accorgessero . Le umide sostanze anestetiche secrete dalle foglie rendevano immune al dolore il tessuto epiteliale dei malcapitati mentre questo si spaccava, permettendo così alle altre sostanze neurotossiche di entrare in circolo nel sangue come il veleno di un serpente, paralizzando la vittima già soggiogata da quello spettacolo di colori e dalla musica di quel profumo venefico. Il corpo cadendo a terra si feriva maggiormente e l’effetto di quelle sostanze si moltiplicava. Se fosse stata sola, non si sarebbe mai salvata. Ma venne messa in salvo. Il fiore era sbocciato dinanzi a lei, per questo nessuno si accorse in tempo della sua presenza. Il sentore dell’Orcade veniva percepito infatti a diversi metri di distanza dai cani addestrati per riconoscerlo. In quella spedizione anche la persona che più amava era morta poco prima, a causa degli insetti Ittiri… si dice che l’Orcade attiri chi soffre. Sembra che quegli psiconarcotici richiamino animali già feriti che inconsciamente ricercano sollievo in quelle sostanze. Ma ora non era il momento di pensare troppo a quelle cose. Ma a cosa doveva pensare?
Rammentò perché era lì, evidentemente sopito nel subconscio, ciò che si era risvegliato in sogno e che la portò al laboratorio subito appena sveglia come fosse in trance, era qualcosa legato non solo a quel profumo che molti alchimisti avevano già tentato invano di riprodurre. Il collegamento adesso le fu chiaro, lo fu da prima. Quel terribile fiore non riproduceva solo i suoni animali. Ma aveva imparato ad imitare anche la chimica delle innocue piante che gli erano intorno. Sempre le stesse si era notato. Senza di queste l’effetto ipnotico evidentemente non si attivava. Era questo che aveva intuito. Anche gli estratti di quelle piante erano in quel laboratorio. Andavano semplicemente aggiunte agli estratti d’Orcade. Ed ora mentre era riversa al suolo all’interno di questo, perduta nell’irreale, si chiedeva se l’avrebbero mai trovata, nessuno sapeva del suoi sogno, e di quella intuizione. Tutti la sapevano prostrata ancora dal dolore di quella perdita. L’avrebbero cercata per i boschi. Nel greto dei ruscelli. Avrebbero forse pensato ad un gesto disperato. Mentre lei sarebbe morta lì dentro, tra quegli alambicchi che ancora aspergevano il fatale aroma, felice di quella scoperta e di quel profumo che le faceva dimenticare tutta la sofferenza che provava da mesi, e che, sì, le faceva scordare tutto. Tutto. Tutto.

Axia ha detto:
domenica 18 dicembre 2016

Sono sul ciglio della strada, in abito color glicine e lilla con sfumature bianche, un trucco leggero e sensuale profumo di candore e delicatezza…ognI giorno passa un uomo molto elegante e il suo profumo inebriante, sensuale…si ferma, mi guarda con I suoi occhioni verde mare, mi emoziona. Era ferragosto all’imbrunire, il cielo si era colorato di rosso, all’orizzonte un arcobaleno e lui si ferma davanti a me mi guarda e le sue mani mi afferrano, le sue labbra mi sfiorano, le mi annusa, sprigiono un profumo che lo cattura, si avvicina l’arcobaleno ci avvolge, un lungo bacio,
passionale sempre più travolgente passione…sono devastata, stravolta, apro gli occhi e un forte odore vicino…ecco lui vicino a me sul ciglio della strada vestito di blu con sfondo bianco….e loro che ci annaffiano le radici.

salvatore 1988 ha detto:
domenica 18 dicembre 2016

Nella cina della dinastia Tang, viveva una donna dalla rara grazia e bellezza, il suo nome era Jen, figlia di un ricchissimo proprietario terriero divenuta famosa in tutto l’ impero per il suo indiscutibile fascino.
Il padre, al fine di acquisire grande prestigio, progettava di darla in sposa al primo figlio del governatore .
Da sempre uno spirito libero, Jen sognava la libertà, quell’ indipendenza totale, priva di limiti o costrizioni negata alle donne della sua epoca e che nessun altra componente della sua famiglia avrebbe mai nemmeno immaginato.
Fantasticava riguardo la sua vita futura con Jul, l’uomo che amava ma che la sua famiglia non avrebbe mai accettato, continuando a sperare giorno dopo giorno in un’ apertura da parte del padre affinché acconsentisse al suo sogno d’amore. Il tempo però, le riservò un amaro destino: per costringerla ad attenersi ai proprio piani, il padre fece incarcerare Jul, minacciando la ragazza di ucciderlo se i due avessero ulteriormente proferito anche una sola parola d’amore l’uno nei confronti dell’ altro.
Ma Jen non poteva sopportare l’idea di dover sposare un perfetto sconosciuto, e passare una vita a testa bassa in una gabbia dorata, cosi un giorno, per salvare la vita del suo diletto e per sottrarsi alla crudeltà del padre, decise di fuggire dal suo palazzo, abbandonando la famiglia, gli agi e le ricchezze, giurando che se non avesse potuto amare liberamente, allora non avrebbe amato affatto.
Partì a cavallo per le 4 sacre montagne , senza guardarsi indietro, errando per giorni interi attraverso i fitti boschi fino a quando perse del tutto i sensi.
Si risvegliò assetata, avvolta da una calda coperta accanto alla luce soffusa di alcune candele: durante la notte i monaci che abitavano quelle terre l’avevano soccorsa e portata al riparo; le chiesero il motivo della sua fuga e dopo aver ascoltato la sua tormentata storia d’amore decisero di accompagnarla nel cuore del monastero. Jen non aveva idea di cosa l’aspettasse. La condussero in una grande sala dalle pareti rosse e dorate,illuminata soltanto dalle fiaccole appese ai muri, e davanti a lei, al centro della stanza vi era soltanto un trono su cui sedeva l’abate.
Quest’ultimo con un sorriso le fece cenno di avvicinarsi, e poi lentamente le porse una pergamena dall’aspetto molto antico. Jen l’apri lentamente, scoprendo il disegno di una bellissima orchidea dai petali bianchi e dorati, e accanto era riportata l’iscrizione: “il fiore che realizza i desideri”.
L’abate le spiegò che se il suo cuore fosse stato puro avrebbe trovato questo fiore proprio tra le cime di quei monti, in caso contrario avrebbe anche potuto vagare per la vita intera senza mai trovare alcunché, e finendo per smarrirsi eternamente.
Mossa, dunque, dai suoi profondi sentimenti, ella partì e viaggiò per intere settimane soffrendo la fame, la sete e il freddo ma senza mai perdersi d’animo.
Passarono i mesi e le forze la stavano ormai abbandonando ma lo spirito era intatto e così anche la sua determinazione; il suo viaggio, iniziato come una fuga da tutto e tutti, adesso si era tramutato in una complessa ricerca di se stessa.
Ad un anno esatto dalla sua partenza, Jen, ormai stremata, decise di fermarsi nei pressi di una grotta e sedersi in profonda meditazione per recuperare le forze. Non appena chiuse gli occhi, le uniche immagini che le passarono per la mente erano legate al ricordo dei suoi giorni felici con Jul, al calore dei suoi abbracci, al profumo della sua barba. Alcune lacrime scesero dal suo viso arrivando a bagnare la terra. Pochi istanti dopo un intenso profumo richiamò la sua totale attenzione. Vide che proprio davanti a lei, un’ orchidea bianca e dorata stava sbocciando avvolgendola completamente con la sua fragranza. Incredula e confusa, Jen si lasciò trasportare sempre più in profondità nella meditazione da quel magnetico effluvio fino a toccare il punto più profondo della propria coscienza. In quel momento Jen, mossa dall’amore più puro raggiunse la completa e totale illuminazione e come per incanto Jul apparve davanti a lei. Ancora immersi nell’estasi mistica i due si abbandonarono ad un intenso abbraccio ed insieme scomparvero in un bagliore di luce e calore.
Quella stessa notte comparvero nel cielo due stelle gemelle che ancora oggi vengono ricordate dai monaci di quelle montagne come “gli amanti illuminati”.

erica ha detto:
domenica 18 dicembre 2016

Veli d’organza
Profumate essenze
Inebrianti,sensuali fragranze
Penombra nella stanza
Note di passione
Raffinata eleganza
Fra petali carnosi come labbra dischiuse
Turgido s’erge un cuore di orchidea
Di roseo colore sfumato
via,via sempre più intenso
Gemma fremente
In attesa di lievi
E più decise carezze
Per donare il suo miele
Alla bocca che avidamente sugge
Nettare d’amore
Per chi ama
Cerchi di luce
Si espandono d’intorno
E brividi
Lungo lo stelo ove orchidea superba
Si mostra
Fra lanceolate foglie
A proteggere il suo mistero
E desiderio accresce…

silvy ha detto:
mercoledì 21 dicembre 2016

….tristee? ci speravo ?… Buon Natale

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